LE ISTITUZIONI CENOBITICHE

di GIOVANNI CASSIANO

LIBRO DECIMO

LO SPIRITO DELL'ACCIDIA

Estratto da “La melanconia” di Roberto Gigliucci – Ed. BUR Rizzoli

e da Giovanni Cassiano - Le istituzioni cenobitiche" - a cura di Lorenzo Dattrino - EDIZIONI SCRITTI MONASTICI - ABBAZIA DI PRAGLIA

Link al testo latino con traduzione a fronte

 

1. DEFINIZIONE DELLO SPIRITO DELL'ACCIDIA

La nostra sesta lotta è contro il vizio che i greci chiamano akédia e che noi possiamo definire tedio o ansietà del cuore. Affine alla tristezza, esso mette alla prova soprattutto i solitari ed è un nemico che attacca più spesso coloro che dimorano nel deserto. Disturba il monaco soprattutto verso l'ora sesta, assalendo la sua anima malata con le ardentissime fiamme dei suoi accessi sempre alle stesse ore, proprio come una febbre che ritorna a intervalli regolari. Appunto per questo alcuni anziani lo identificano con il «demone di mezzogiorno» di cui si parla nel salmo novanta (cf. Volgata, Sal 90 [91], 5-6).

2. LE ORIGINI DELL'ACCIDIA NELL'ANIMO DEL MONACO

1. Quando questo demone si è impadronito della mente di qualche miserabile, genera in lui l'avversione per il luogo, il disgusto della cella e addirittura lo sdegno e il disprezzo per i fratelli che vivono con lui o a una certa distanza, presentandoglieli come persone negligenti e assai poco spirituali. Lo rende ozioso e inerte per qualunque lavoro che egli debba svolgere nel chiuso della sua cella, impedendogli di dimorare in essa e di applicarsi alla lettura. Assai spesso egli si lamenta che tutto quel tempo passato in cella non gli procura il minimo profitto; sospira e brontola che non otterrà alcun frutto spirituale finché rimarrà unito a quella comunità, e si rammarica di vedersi privo di qualunque guadagno spirituale e di dover rimanere in quel luogo a far nulla: proprio lui, che avrebbe le capacità di guidare anche altri e di essere utile a così tante persone, non ha potuto edificare nessuno, né far progredire qualcuno con la sua regola di vita e i suoi insegnamenti.

2. Si profonde in lodi sperticate di monasteri lontani e molto distanti, ne descrive anche i luoghi come più favorevoli al progresso spirituale e più adatti alla salvezza, e perfino le comunità che vi abitano le dipinge come amabili e piene di autentica vita spirituale; al contrario, tutto ciò che ha a portata di mano è per lui sgradevole, e dice non solo che tra i fratelli che vivono in quel luogo non c’è alcun esempio edificante, ma che si fa grande fatica persino a trovare il cibo necessario per sostentare il corpo. Finisce così per convincersi che non può salvarsi restando in quel luogo, se non se ne va quanto prima lasciando la propria cella, con la quale - pensa - si dannerebbe, se vi dimorasse ancora un po’.

3. Poi, alla quinta o alla sesta ora, si sente così fiacco e così affamato, che gli sembra di essere stanco e spossato come dopo un lungo viaggio e un lavoro pesantissimo, o come se avesse passato due o tre giorni senza mangiare. Allora si guarda ansiosamente in giro, di qua e di là, e si lamenta che nessuno dei fratelli venga a trovarlo. Esce e rientra spesso nella sua cella, e guarda in continuazione il sole, come se fosse troppo lento a tramontare. La sua mente è in preda alla confusione senza ragione, come avvolta da una tenebrosa caligine, ed egli diventa talmente ozioso e incapace di qualunque attività spirituale, da credere di non poter trovare altro rimedio a questo suo tormento che nella visita di qualche fratello o nel sollievo del sonno.

4. Poi questa malattia, con il pretesto della cortesia o di qualche necessità, gli suggerisce di andare a salutare i fratelli e visitare gli infermi, anche se abitano molto lontano. Gli consiglia anche qualche pietosa opera di carità, come per esempio di cercare notizie di questo o di quella tra i suoi familiari e di affrettarsi ad andarli a salutare continuamente. Gli mette in mente che sarebbe una grande opera di misericordia andare a visitare spesso questa o quella donna devota e consacrata a Dio, specialmente se priva di qualunque sostegno da parte dei parenti, e che sarebbe un dovere sacrosanto procurarle qualunque cosa le sia necessaria, dal momento che è trascurata e disprezzata dai suoi: non è forse molto più necessario spendersi in queste opere di misericordia che rimanere inutilmente in cella senza alcun profitto?

3. IN QUANTI MODI L’ACCIDIA VINCE IL MONACO

 Avviene così che quell’anima infelice, aggirata da tali inganni da parte dei suoi nemici, comincia ad agitarsi, finché, spossata dallo spirito dell’accidia come da aggressivi colpi d’ariete, si rassegna a cedere alla sonnolenza oppure, uscendo dalla prigione della sua cella, si abitua a cercare nelle visite a un confratello un conforto a questi suoi sofferti assalti. Eppure, proprio per il ricorso, in quel tempo, a tale rimedio, essa è destinata a incorrere assai presto in un male ancora più grave. E in effetti il suo avversario assalirà con più frequenza e maggiore accanimento quel monaco che, fin dai primi attacchi, egli intuisce che da presso gli volterà le spalle, prevedendo di non avere speranza di salvezza nella vittoria di quel conflitto, ma solo nella fuga, e così egli, sottratto un po’ per volta fuori della sua cella, comincerà a dimenticarsi degli obblighi della sua professione, i quali altro non sono se non la visione e contemplazione di quella divina ed eccellente purezza, superiore ad ogni cosa, e che non si può raggiungere se non nel silenzio e nella continuata meditazione della propria cella (Nota: nella vita monastica antica la continuata permanenza nella propria cella era ritenuta un’osservanza primaria). Accade così che quel soldato di Cristo, divenuto fuggiasco e disertore del proprio esercito, «si lascia implicare negli affari del mondo», e non potrà più piacere «a Colui, al quale si era consacrato» (2 Tm 2, 4).

 4. L’ACCIDIA DISTRAE IL MONACO DALLA CONTEMPLAZIONE

Tutti gli effetti dannosi di questo male furono opportunamente indicati dal beato profeta Davide in un solo versetto, allorché dichiarò: «La mia anima prese sonno a causa del tedio» (Sal 118 [119], 28) ed è quanto dire «a causa dell’accidia». Con adattata proprietà egli non dichiarò che era stato il corpo ad addormentarsi, ma l’anima. Ed è veramente l’anima quella che si addormenta, quando viene ferita dai colpi di queste alterazioni e si distoglie da ogni contemplazione delle virtù e dalla visione dei sensi spirituali.

 5. È NECESSARIO COMBATTERE L’ACCIDIA

Pertanto il vero atleta di Cristo, se intende intraprendere lealmente la prova della perfezione, s’affretti a espellere dai recessi più intimi della propria anima questo male e si prepari pure a combattere questo perverso spirito dell’accidia su l’uno e l’altro fronte in modo da non soccombere una volta oppresso dal sonno e anche per non indursi ad abbandonare, come un fuggiasco, il recinto del monastero sotto un pretesto qualunque piamente colorito.

6. I DANNI PRODOTTI DALL’ACCIDIA

E in realtà, chiunque e da qualsiasi parte quella passione abbia cominciato a tiranneggiare, lascerà che lui continui a restare dentro la sua propria cella senza alcun profitto dello spirito, come un debole arresosi di fronte ai suoi attacchi, oppure, dopo averlo costretto a uscirne, lo renderà, per l’avvenire, instabile ed errabondo e così, divenuto inetto a ogni lavoro, lo obbligherà ad aggirarsi continuamente tra le celle dei confratelli e tra i monasteri con la sola preoccupazione di assicurarsi dove e con ogni pretesto gli si offra l’occasione di una prossima refezione. Di fatto la mente dell’uomo ozioso non sa rivolgersi ad altro se non al nutrimento dello stomaco, finché, trovata la compagnia di qualche uomo o di qualche donna intorpidita nella stessa tiepidezza, si lascerà irretire nei loro interessi e nelle loro necessità, e così a poco a poco rimarrà avviluppato in occupazioni nocive al punto che, come stretto nelle spire di un serpente, mai più sarà in grado di liberarsene per ritornare alla perfezione della primitiva professione.

7. LE TESTIMONIANZE DI PAOLO CONTRO L’ACCIDIA

1. Il beato apostolo Paolo, alla maniera di un medico autentico e spirituale, sia perché avvertiva che già allora serpeggiava questo malore, nato dallo spirito dell’accidia, oppure perché, attraverso l’ispirazione dello Spirito Santo, prevedeva che avrebbe potuto insinuarsi, si premurò di prevenirlo con i salutari rimedi dei suoi consigli. Scrivendo ai Tessalonicesi, dapprima, come un medico espertissimo e perfetto, egli cerca di rinvigorire la debolezza dei suoi pazienti, presi in cura, con l’intervento blando e leggero della sua parola; in seguito prende motivo dalla carità, per questa stessa ragione, e li copre di molte lodi in modo che la loro ferita mortale, trattata con un rimedio più leggero, e dopo aver represso il gonfiore della reazione, possa sopportare più facilmente medicamenti più gravosi. Quindi egli prende a dire: «Per quanto riguarda la carità fraterna non avete bisogno che io ve lo scriva, perché avete imparato da Dio stesso ad amarvi gli uni gli altri. È appunto quello che fate verso tutti i fratelli dell’intera Macedonia» (1 Ts 4, 9-10).

2. L’Apostolo volle così premettere il leggero conforto delle lodi, e rese le loro orecchie serene e disposte al rimedio della sua parola di salvezza. E di nuovo aggiunge: «Noi vi esortiamo, fratelli, a farlo sempre di più»  (Ibid.). Egli insiste nell’addolcirli con la blanda leggerezza delle sue parole per non correre il rischio di trovarli ancora poco disposti all’accoglimento di una cura completa. Che cosa è mai, o apostolo Paolo, quello che tu chiedi? In che cosa debbono adoperarsi per fare sempre di più? «Per quanto riguarda la carità fraterna non avete bisogno che io ve lo scriva»  (Ibid.). Che bisogno c’era mai di dire ad essi: «Noi vi esortiamo sempre di più», ammesso che su questo argomento non avevano bisogno che si scrivesse ad essi cosa alcuna? Tanto più, o Paolo, che tu adduci pure la ragione, per cui non ne avevano bisogno, affermando: «Avete imparato da Dio stesso ad amarvi gli uni gli altri»  (Ibid.). In terzo luogo tu aggiungi ancora un’altra ragione, in quanto non solo essi vengono istruiti da Dio, ma compiono pure, di fatto, quanto venne loro insegnato: «Infatti, fratelli, è appunto quello che voi fate», egli esclama: non per uno solo, oppure per due, «ma verso tutti i fratelli», e non soltanto verso i vostri concittadini o i vostri conoscenti, ma «nell’intera Macedonia»  (Ibid.).

3. E allora, o Paolo, confessa finalmente per quale motivo hai scritto con tanta premura una simile premessa! Egli di nuovo insiste, aggiungendo: «Vi esortiamo, fratelli, a farlo sempre di più», e quasi a stento egli dichiara finalmente quello che già prima intendeva di affermare: «Cercate con ogni premura di vivere nella pace» (1 Ts 4, 11). Ha richiamato il primo motivo, ma poi ne enuncia un secondo: «Occupatevi ciascuno dei propri affari», e poi anche un terzo: «Lavorate con le vostre mani come vi abbiamo prescritto»  (Ibid.); quindi un quarto motivo: «Così vi comporterete con decoro di fronte a quelli di fuori» (1 Ts 4, 12); e ancora un quinto: «E non avrete bisogno delle cose di nessuno»  (Ibid.). Ecco la ragione del perché egli differiva con tante prudenti premesse quello che ora si vede scaturire dal suo pensiero: «Cercate con ogni premura di vivere nella pace», vale a dire, «restando nelle vostre celle»; e non recate ad altri le vostre inquietudini, divenuti a vostra volta inquieti per dicerie e maldicenze che sogliono essere provocate dalle bramosie arbitrarie e insoddisfatte di quanti vivono nell’ozio.

4. «Occupatevi ciascuno dei vostri affari» (1 Ts 4, 11): non cercate di indagare, con la vostra curiosità, la vita del mondo; se andrete a spiare gli usi e i costumi di quelli che conducono una vita diversa dalla vostra, non vi occuperete della vostra correzione e dell’acquisto delle virtù; ma piuttosto della denigrazione dei vostri fratelli. «Lavorate con le vostre mani, come vi abbiamo prescritto»  (Ibid.). Ad evitare le cose che in precedenza egli aveva ammonito di non compiere, vale a dire, di non vivere con inquietudine e di non occuparsi degli affari altrui oppure di comportarsi in maniera poco dignitosa nei confronti di coloro che vivono fuori o di desiderare le cose degli altri, egli volle insistere, affermando: «Lavorate con le vostre mani, come vi abbiamo prescritto» (1 Ts 4, 11).

5. Ad evitare dunque le cose che egli in precedenza aveva biasimato, ne ricondusse ovviamente la prima origine all’ozio. Nessuno infatti potrebbe vivere nell’inquietudine oppure occuparsi dei fatti altrui, se non perché non si rassegna a darsi con perseveranza al lavoro delle proprie mani. Egli chiamò in causa anche un quarto malore che spunta fuori da questo stesso oziare, e cioè il fatto di comportarsi in maniera poco onorevole, e perciò ebbe a dire: «Comportatevi onestamente verso coloro che sono fuori» (1 Ts 4, 12). Non riuscirebbe mai a comportarsi esemplarmente, nemmeno con quelli che vivono nel mondo, uno che non fosse contento di restarsene dentro le pareti della propria cella e non attendesse al lavoro delle proprie mani. Ne risulterebbe invece necessariamente, da parte sua, un contegno poco dignitoso, costretto come sarebbe a cercare il vitto a lui necessario, come pure a offrire adulazioni, a dare la caccia alle novità del giorno e a non perdere tutti i pretesti dei litigi e delle dicerie come occasioni buone per introdursi nelle case degli altri.

6. «Non desiderate le cose di nessuno»  (Ibid.). Non è possibile non bramare doni e offerte dagli altri per chi non si accontenta di procurarsi il vitto necessario ogni giorno con la pia e serena fatica del proprio lavoro. Voi stessi potete osservare come possono nascere cause così numerose, così gravi e così poco onorevoli anche per una sola caduta di questo genere. Infine proprio quegli stessi che nella Epistola precedente egli aveva cercato di blandire con parole di sollievo, nella seconda Epistola, come se essi non avessero fatto nessun progresso per effetto di medicamenti troppo leggeri, cerca di risanarli con alcuni farmaci più energici e incisivi; non promette rimedi a base di parole dolci o con voce tenera e blanda, come quando scrive: «Vi scongiuriamo, fratelli» (1 Ts 4, IO), ma piuttosto: «Vi ordiniamo, fratelli, in nome del Signore nostro Gesù Cristo, di evitare ogni fratello che vive oziosamente» (2 Ts 3, 6).

7. Là egli chiede, qui egli comanda; nella prima Lettera egli dimostra l’affetto di chi blandisce, nella seconda la severità di chi chiama Dio come testimone, e ricorre alle minacce: «Vi ordiniamo, fratelli»  (Ibid.); in precedenza, quando noi vi pregavamo, avete ricusato di prestarci ascolto; almeno ora, che vi ordiniamo, dovete obbedire. E questo stesso temibile comando egli non lo presenta con semplici parole, ma con il richiamo del nome del nostro Signore Gesù Cristo, proprio perché essi, per avventura, non riprendano a disprezzare nuovamente quel comando come se fosse espresso da semplice voce umana e credessero di non doverlo mettere in pratica col medesimo impegno. Così, sollecitamente, come un medico espertissimo di fronte a membra ulcerose, alle quali non è possibile arrecare un rimedio con medicamenti leggeri, tenta di guarirle con l’incisione del ferro dello spirito, ricorrendo a queste voci persuasive: «... allo scopo di evitare ogni fratello che vive oziosamente e non secondo l’insegnamento che avete ricevuto da noi» (2 Ts 3, 6).

8. Per questo dunque l’Apostolo comanda di dissociarsi da coloro che non vogliono impegnarsi nel lavoro e di tagliarli via come membra infette dalla putredine dell’ozio, perché il morbo dell’inerzia non corrompa, come un contagio letale, anche le parti sane delle altre membra attraverso il serpeggiare di quel sangue corrotto. E mentre si accinge a parlare di coloro i quali non vogliono lavorare con le loro mani e mangiare in silenzio il loro pane, persone dalle quali, per di più, egli ingiunge di star lontani, ascoltate quali marchi d’infamia egli infligga loro fin dall’inizio. Anzitutto egli li definisce dei «disordinati», gente che non cammina secondo i suoi dettami; in altre parole li indica come dei contumaci per il preciso motivo che essi si rifiutano di camminare secondo i suoi insegnamenti, e li designa come degli uomini spregevoli, proprio perché non si attengono alle opportunità convenienti e dignitose per quanto si riferisce alle uscite e alle visite, al parlare e alle esigenze delle varie ore del giorno. Infatti chiunque vive in modo disordinato finirà fatalmente per cadere vittima di tutti questi mali.

9. «Non camminano secondo la tradizione da noi ricevuta»  (Ibid.) e con tali parole egli li caratterizza, in certo qual modo, come dei ribelli e degli spregiatori, perché si rifiutano di attenersi alla tradizione ricevuta da lui e non vogliono imitare quello che pur dovrebbero ricordare d’aver egli insegnato come maestro, e non solo attraverso le parole vive, infatti dovrebbero tener presente che egli aveva compiuto tutto questo anche con le opere. «Voi sapete bene che è necessario che ci imitiate» (2 Ts 3, 7). Egli porta fino all’estremo la serie dei suoi rimproveri, quando asserisce che essi non adempivano quello che pur restava impresso nel loro ricordo: avrebbero invece dovuto imparare ad imitarlo non solo per effetto delle sue vive istruzioni, ma anche dietro lo stimolo del suo esempio operoso.

 8. L’INQUIETUDINE DI CHI NON SI DEDICA AL LAVORO

1. «Noi non fummo mai inquieti in mezzo a voi» (2 Ts 3, 7). Volendo dimostrare di non essere mai stato inquieto in mezzo a loro, proprio in merito alla sua operosità, egli pone in evidenza che coloro i quali ricusano di lavorare, vivono in una continua inquietudine a causa della loro oziosità. «E nemmeno abbiamo mangiato gratuitamente il pane di nessuno» (2 Ts 3, 8). Attraverso ogni sua parola il Dottore delle genti aumenta il tono del suo rimprovero. Quel predicatore del Vangelo afferma di non aver mai mangiato il pane di nessuno gratuitamente, proprio lui che pur conosceva come il Signore avesse ordinato «a coloro che annunciano il Vangelo di vivere del Vangelo» (1 Cor 9, 14), e ancora: «L’operaio ha diritto al suo nutrimento» (Mt 10, 10).

2. Mentre dunque quel predicatore del Vangelo, anche nel pieno svolgimento di una missione così sublime e così spirituale, non presumeva di poter pretendere per sé il nutrimento gratuito, pur potendosi valere del suggerimento del Signore, che cosa potremo fare noi, ai quali non solo non è stato affidato alcun incarico di predicazione, ma neppure alcun impegno al di fuori della sola cura dell’anima nostra? Con quale fiducia oseremo, con le mani inerti, mangiare gratuitamente quel pane che Paolo, il vaso di elezione, pur fortemente vincolato alla sollecitudine e alla predicazione del Vangelo, non presumeva di mangiare senza il lavoro delle sue mani, mentre invece «notte e giorno, con fatica e con pena, lavorammo per non essere a carico di alcuno di voi» (2 Ts 3, 8)?

3. E così egli aggiunge ulteriori motivi alla sua severità. Non affermò semplicemente: «Noi non abbiamo mangiato gratuitamente il pane di nessuno»  (Ibid.), senza aggiungere altro. Così infatti avrebbe potuto sembrare che egli si fosse giovato, per sostentarsi, di qualche provento suo proprio al di fuori d’ogni lavoro, come pure di denaro messo a parte o procuratogli da altri. Tutt’al contrario, egli insiste nel dire: «Notte e giorno, lavorando con fatica e con pena»  (Ibid.), ed è quanto dire, sostenuti unicamente dal nostro lavoro. E noi, aggiunge, abbiamo affrontato quest’impegno, non per una scelta della nostra volontà, e nemmeno per nostro diletto, come se ci invitasse il desiderio del riposo e il bisogno di un’attività fisica, ma quando ci costringeva a farlo la necessità e la mancanza del vitto, e non senza un forte affaticamento del corpo. E infatti non soltanto per tutta la durata del giorno, ma anche della notte, in quel tempo che sembra destinato al riposo del corpo io dovevo affrontare continuamente questo lavoro manuale, premuto dall’esigenza del vitto.

 9. ANCHE I COMPAGNI DI SAN PAOLO SI DEDICAVANO AL LAVORO

E nondimeno egli non affermò di essersi comportato tra di loro, lui solo, in quel modo, proprio perché un tale comportamento, qualora fosse apparso confermato unicamente dal suo esempio, non sembrasse né decisivo né generale; al contrario, anche tutti coloro che erano insieme a lui con lo stesso incarico della predicazione del Vangelo, e cioè Silvano e Timoteo, i quali insieme a Paolo scrivono queste stesse cose, ebbene, anche costoro, com’egli asserisce, si erano adoperati nei medesimi lavori. Per il fatto stesso che egli aggiunge: «... affinché non fossimo a carico di alcuno di voi» (2 Ts 3, 8), insinua in loro un senso di grande vergogna. Se infatti proprio lui, che predicava il Vangelo e lo confermava con miracoli e prodigi (cf. 2 Cor 12, 12), non osava mangiare gratuitamente il suo pane per non essere a carico di nessuno, come mai, proprio loro, non avrebbero dovuto pensare di essere a carico (dei fedeli) nel presumere di poter mangiare il pane, standosene tutto il giorno inerti ed oziosi?

 10. L’ESEMPIO OFFERTO DA SAN PAOLO

«E ciò, non perché non ne avessimo il diritto, ma per offrirvi in noi stessi un esempio da imitare» (2 Ts 3, 9). Paolo espone la ragione per cui egli si è imposto fatiche così gravi: «Per offrirvi in noi stessi un esempio da imitare», egli afferma, appunto perché, se mai aveste a dimenticare gli insegnamenti della mia predicazione, frequentemente rivolti al vostro orecchio, almeno fosse possibile conservare nella vostra memoria gli esempi della mia condotta, a voi offerti sotto la testimonianza dei vostri occhi. E anche in queste parole non è certo contenuto un rimprovero leggero nei loro confronti, dato che giunge ad asserire che per nessun’altra ragione, se non per offrire loro un esempio, egli si è ridotto a sostenere giorno e notte queste laboriose e penose fatiche fisiche. Ciononostante essi ricusano di accogliere i suoi insegna- menti, proprio loro, per i quali egli si è ridotto, pur non avendone nessun obbligo, a sopportare fatiche così pesanti. E pur avendone avuto il diritto, egli aggiunge, ed essendo a noi accessibili tutti i vostri averi e i vostri beni, e pur essendo consapevole di avere, da parte di nostro Signore, il permesso di farne uso, tuttavia non ho approfittato di questo potere per non offrire ad altri, come esempio di ozio pernicioso, quello che poteva essere fatto da me onestamente e lecitamente. Per questo motivo, pur dedicandomi alla predicazione del Vangelo, ho preferito provvedere al mio sostentamento con il lavoro delle mie mani allo scopo di aprire anche a voi, se desiderate intraprendere il cammino della virtù, la via della perfezione, e offrirvi così, con la visione delle mie fatiche, il comportamento da adottare.

 

11. SAN PAOLO ESORTÒ AL LAVORO COL SUO ESEMPIO E CON LE SUE AMMONIZIONI

D’altra parte, per non sembrare che lavorando senza richiamare la loro attenzione e col solo intento di istruirli attraverso il suo esempio egli avesse rinunciato anche al vivo suggerimento dei precetti, così conclude: «Perciò, quando eravamo tra di voi, vi davamo questo precetto: se qualcuno non vuole lavorare, neppure mangi» (2 Ts 3, 10). Di nuovo egli rimprovera la loro ignavia, perché essi, pur conoscendolo come buon maestro in vista della loro istruzione e della loro formazione, non si curava di imitarlo nel dedicarsi al lavoro delle mani; perciò egli accresce le sue premure e le sue precauzioni, affermando di essersi offerto ad essi, quand’era presente, non soltanto con un tale esempio, ma di avere, per di più, raccomandato continuamente con le sue parole che, se qualcuno non voleva lavorare, nemmeno presumesse di mangiare.

 12. OCCORRE GUADAGNARSI IL VITTO CON IL PROPRIO LAVORO

Ormai l’Apostolo non fa più uso, nei loro riguardi, dei consigli che sono propri di un maestro o di un medico, ma si rivolge ad essi con il rigore di una decisione giudiziaria, e ricorrendo al suo potere apostolico pronuncia contro quei dispregiatori la sua sentenza come da un tribunale, parlo di quel potere che egli, scrivendo ai Corinzi perfino con il ricorso alle minacce, aveva asserito d’essergli stato conferito dal Signore, preavvertendo quanti erano venuti a trovarsi in colpa affinché pensassero a correggersi prima del suo arrivo, e lo impone con questo comando: «Ve ne prego: che non debba, io presente, mostrarmi audace contro certuni con quel potere che mi è stato concesso nei vostri confronti» (2 Cor 10, 2). E ancora: «Anche se mi gloriassi in qualche modo del potere che il Signore mi ha dato — solo per il vostro avanzamento spirituale, e non a vostra rovina —, non potrei arrossirne» (2 Cor 10, 8). E io dovrei qui confermare che è in nome di quella autorità che egli impone anche questo comando: «Se qualcuno non intende lavorare, nemmeno presuma di mangiare» (2 Ts 3, 10). E così egli non li destina al colpo micidiale di una spada, ma sotto l’influenza autorevole dello Spirito Santo interdice loro il nutrimento della vita presente con questo fine preciso: se essi, indifferenti davanti alla minaccia della morte futura, continueranno a comportarsi ancora da ostinati per amore dell’ozio, costretti almeno dalle esigenze della natura stessa e dal timore di una morte imminente, saranno indotti ad accogliere i suoi salutari consigli.

 13. MOLTI VIVONO NELL’OZIO!

Dopo l’enunciazione del severo rigore del comando evangelico, ora l’Apostolo passa ad esporre i motivi per cui ha dovuto premettere tutte queste sentenze. «Ci viene riferito (egli scrive) che alcuni tra di voi vivono nell’ozio, senza far nulla e in balia della loro curiosità» (2 Ts 3, 11). In nessun luogo l’Apostolo si è limitato a dire che coloro i quali ricusano di dedicarsi al lavoro sono affetti da un solo male. Infatti nei passi precedenti egli li definisce dei disordinati, e afferma che essi non camminano secondo gli insegnamenti ricevuti da lui, e aggiunge pure che sono degli inquieti e mangiano gratuitamente il pane (cf. 2 Ts 3, 6-8). Di nuovo qui afferma: «Ci viene riferito che alcuni tra di voi vivono nell’ozio» (2 Ts 3, 11). E subito appresso enumera il secondo male come radice remota di quell’ozio: «Vivono senza far nulla»  (Ibid.); quindi richiama pure il terzo male che da quello nasce come un rampollo: «Vivono in balia della loro curiosità»  (Ibid.).

 14. L’ASSIDUITÀ DEL LAVORO CORREGGE I VIZI

Perciò egli s’affretta a portare la correzione conveniente all’origine di vizi così gravi. Messa da parte l’autorità apostolica, a cui poco prima era ricorso, riprende nuovamente le risorse di un padre pietoso e di un medico compassionevole, e volgendosi ad essi come a dei figli e a dei pazienti, porge loro con i suoi salutari consigli i rimedi della salute: «A questi tali ordiniamo e li scongiuriamo nel Signore Gesù Cristo a guadagnarsi il pane, lavorando serenamente» (2 Ts 3, 12). Con l’unico salutare precetto della laboriosità egli ha curato le cause di piaghe così gravi, originate dalla radice dell’oziosità, al modo di un medico tra i più esperti, ben sapendo che anche le altre malattie, nate da quella stessa radice, dovranno presto essere distrutte, una volta estirpata la causa del male più grave.

 15. OCCORRE CONCEDERE MOLTA COMPRENSIONE AI BUONI E AI CATTIVI

E tuttavia, come un medico assai perspicace e previdente, egli non desidera soltanto curare le ferite dei malati, ma propone egualmente consigli adeguati anche ai sani, perché sia conservata per sempre la loro salute, e afferma: «Quanto a voi, fratelli, non desistete dal fare il bene» (2 Ts 3,13). Voi dunque che, nel seguire noi, vale a dire, le nostre vie, mettete in pratica gli esempi a voi offerti con l’imitazione della nostra operosità, e non assecondate la loro pigrizia e la loro inerzia, «non desistete dal fare il bene», ed è quanto dire, concedete loro, come noi, la vostra indulgenza, se per avventura trascureranno l’osservanza di quello che abbiamo ordinato. E come egli ha rimproverato coloro che erano infermi perché, immersi nel loro ozio, non si dessero in preda all’inquietudine e alla curiosità, così ammonisce coloro che sono sani perché non ricusino di concedere quella comprensione che il Signore ci comanda di offrire ai buoni e ai cattivi (cf. Mt 5, 43-45), nel caso che alcuni, radicati nell’ostinazione, si rifiutassero di convertirsi alla sana dottrina. Egli consiglia di preferenza a non desistere dal fare il bene e a porgere aiuto ad essi tanto con parole di conforto e di correzione quanto con i favori abituali e volenterosi.

 16. È NECESSARIA LA FERMEZZA, MA ANCHE LA CARITÀ FRATERNA

Di nuovo però, per timore che certuni, indotti da questa sua dolcezza, ricusino di obbedire ai suoi ordini, riprende il tono del rigore apostolico: «E se qualcuno non obbedisce alle istruzioni di questa lettera, notatelo e non abbiate relazioni con lui, onde se ne vergogni» (2 Ts 3, 14). E ricordando loro che cosa doveva essere praticato per riguardo a lui e per il bene comune, e con quale precauzione dovevano custodire i comandamenti apostolici, vi aggiunge subito la mitezza del padre indulgentissimo, e come se si trattasse di propri figli, insegna loro quale affetto essi debbono nutrire, per carità fraterna, nei confronti di ognuno di quegli individui: «Non consideratelo però come un nemico, ma come un fratello da riprendere» (2 Ts 3, 15). Alla severità di un giudizio egli associò la pietà di un padre e volle temperare con una mansuetudine clemente una sentenza pronunciata con rigore apostolico. Infatti egli comanda da una parte di censurare colui che ha ricusato di obbedire ai suoi ordini e di non avere rapporti con lui; ma, dall’altra, comanda che tutto questo non fosse fatto per effetto di odio, ma di carità fraterna e in vista della sua correzione. «Non abbiate, egli insiste a dire, relazioni con lui affinché se ne vergogni» (2 Ts 3, 14), proprio perché, se egli non si è emendato in seguito ai miei ordini, almeno, mortificato dal vedersi separato dalla comunità di tutti, cominci un giorno a ritornare sul sentiero della salvezza.

17. ALTRE TESTIMONIANZE DELL’OPEROSITÀ DELL’APOSTOLO

Anche nell’Epistola agli Efesini, trattando lo stesso argomento del lavoro, esprime questo comando:«Chi rubava, non rubi più; anzi fatichi per procurarsi ciò che è onesto con il lavoro delle proprie mani» (Ef 4, 28). Anche negli Atti degli Apostoli troviamo che egli non solo insegnò le medesime cose, ma ebbe pure a compierle. Infatti, giunto a Corinto, non decise di rimanere presso altri, ma soltanto presso Aquila e Priscilla perché erano operai dello stesso mestiere esercitato abitualmente da lui. Di fatto così puoi leggervi: «Dopo questo fatto Paolo partì da Atene e andò a Corinto. Trovò là un ebreo di nome Aquila, nativo del Ponto, arrivato da poco dall’Italia con sua moglie Priscilla in seguito all’editto di Claudio che espelleva i Giudei da Roma. Paolo si recò allora da questi, anzi, essendo della medesima professione, si stabilì in casa loro e lavorò: erano fabbricatori di tessuti di pelo» (At 18, 1-3).

 18. L’APOSTOLO NON LAVORÒ SOLO PER SÉ, MA ANCHE PER SOCCORRERE I SUOI COMPAGNI

In seguito giunse a Mileto e di là mandò a Efeso perché si recassero da lui i presbiteri della chiesa degli Efesini per comunicare loro le disposizioni, con cui dovevano reggere la Chiesa di Dio durante la sua assenza: «Per me io non ho desiderato né l’argento né l’oro né il vestito di nessuno. Voi sapete che alle necessità mie e dei miei collaboratori hanno provveduto queste mie mani. In ogni modo vi ho mostrato che così faticando si devono sostenere gli invalidi, e tener presente quel detto del Signore Gesù: Non è tanto gioioso il prendere quanto il dare» (At 20, 33-35). Egli ci ha lasciato un grande esempio con il suo comportamento, poiché egli attesta di essersi procurato con il lavoro non soltanto quello che occorreva per far fronte alle necessità della propria vita mortale, ma anche quello che era necessario per quelli che l’accompagnavano, per coloro cioè, i quali, occupati tutto il giorno nei loro doveri di ministero, non erano in grado di procurarsi egualmente il nutrimento con le loro proprie mani. E come, nella Lettera ai Tessalonicesi ebbe a dire d’essersi dedicato al lavoro per offrire ad essi se stesso come modello da imitare (cf. 2 Ts 3, 9), così anche qui egli propone qualche cosa di simile, affermando: «In ogni modo vi ho mostrato che così faticando si devono sostenere gli invalidi» (At 20, 35). Quelli che sono tali nella loro mente e nel loro corpo, proponendoci questo fine, di essere solleciti a recare loro conforto preferibilmente col frutto delle nostre fatiche e con i proventi derivati dal sudore del nostro lavoro, e non dal sopravanzo dei nostri beni o dal denaro riposto in disparte, e neppure dalla generosità e ricchezza altrui.

 19. IL SENSO DELLE PAROLE DEL SIGNORE: «È MEGLIO DARE CHE RICEVERE»

Tale, afferma l’Apostolo, è il comando del Signore: «Egli stesso, cioè il Signore Gesù, ebbe a dire: Non è tanto gioioso il prendere quanto il dare» (At 20, 35). La generosità più gioiosa, propria di colui che largisce, in confronto della persona di chi riceve, è quella che ha la sua origine, non dal denaro conservato per mancanza di fiducia o per diffidenza, e nemmeno da ricchezze riposte per spirito d’avarizia; ma è quella che viene procurata dal frutto del proprio lavoro e dal sudore che ha per fine la pietà. Per questo «è più gioioso dare che ricevere»  (Ibid.), poiché, anche nel caso che il donatore sia in uno stato di povertà come chi riceve, nondimeno, con il proprio lavoro, non soltanto si preoccupa di provvedere quanto è sufficiente ai propri bisogni, ma anche di che donare a chi ne è privo, con pia sollecitudine, decorato così di una duplice grazia, sia perché, con la rinuncia a tutti i suoi beni, egli raggiunge la perfetta povertà di Cristo, sia perché egli manifesta la generosità del ricco e la nobiltà dei suoi sentimenti attraverso il suo lavoro. In realtà il primo onora Dio con il ricavato delle proprie giuste fatiche (cf. Pr 3, 9; LXX), offrendo a Lui quanto gli deriva dai frutti della sua giustizia; l’altro invece, demolito dal torpore dell’ozio e dell’inerzia, si dimostra indegno, secondo la sentenza dell’Apostolo, perfino del nutrimento del pane (cf. 2 Ts 3, 10): opponendosi infatti contro il suo divieto, ozioso com’egli è, finirebbe per pretenderlo non senza una sua colpa di peccato e di ostinazione.

 20. UN MONACO INVIDIOSO E MALIGNAMENTE ISTIGATORE

Conosciamo un fratello, di cui, se tornasse di maggior profitto istruttivo, potremmo fare anche il nome. Egli viveva in un monastero dove vigeva l’obbligo di consegnare ogni giorno all’economo il corrispondente del lavoro stabilito. Egli fu preso dal timore di dover aumentare la misura del suo impegno qualora qualcun altro avesse lavorato più di lui, o di uscirne umiliato di fronte a quel possibile confronto. Fu così che ogni qualvolta gli accadeva di osservare l’ingresso nel monastero di un fratello che per l’ardore della fede procurava di consegnare una più larga esecuzione di lavoro, egli s’ingegnava, attraverso segrete insinuazioni, per convincerlo a desistere da simili impegni; e se poi questo non gli riusciva, si dava da fare per indurlo, con perversi consigli e macchinazioni, ad abbandonare il luogo e portarsi altrove. Per poter più facilmente indurlo ad uscire, gli dichiarava, fingendo, che già da tempo anche lui coltivava il proposito di andarsene, costrettovi, com’era, da molti motivi: era questo un proposito che egli avrebbe posto in atto, qualora avesse trovato, per il viaggio, l’aiuto confortevole di un compagno. Quando poi gli fosse riuscito di ottenere il suo consenso attraverso occulte denigrazioni a carico del monastero, s’accordava con lui sull’ora più adatta per uscire dal monastero e sul luogo dove lui stesso, precedendolo, avrebbe dovuto attenderlo. Egli però, dopo averlo assicurato che ben presto l’avrebbe raggiunto, rimaneva invece sul posto, senza muoversi. L’altro perciò, tutto vergognoso ormai per la sua diserzione, non osava più riaggregarsi al monastero, da cui era fuggito, mentre l’istigatore della sua fuga se ne rimaneva dentro il monastero. Sarebbe dunque sufficiente aver richiamato questo solo esempio relativo a un tal genere di uomini per sollecitare la cautela dei principianti e porre in luce quanti mali, secondo la parola della Scrittura, possa generare l’oziosità nella mente del monaco, e fino a qual punto «le cattive conversazioni possono corrompere i buoni costumi» (1 Cor 15, 33).

 21. TESTIMONIANZE DELLA SCRITTURA CONTRO L’ACCIDIA

1. Anche il sapientissimo Salomone condanna con molta evidenza e in molti passi questo vizio dell’oziosità, così scrivendo: «Chi insegue l’ozio abbonderà di miseria» (Pr 28, 19), in maniera visibile o in maniera non apparente, ma sempre tale che ogni ozioso finirà per sentirsi avviluppato in diversi vizi ed estraneo alla contemplazione di Dio e privo delle ricchezze spirituali, di cui parla l’Apostolo: «In Lui foste arricchiti di tutto: di ogni dono di parola e di ogni dono di scienza» (1 Cor 1, 5). E di questa indigenza dell’uomo ozioso così è detto altrove: «Tutti i sonnacchiosi si vestiranno di stracci e di cenci» (Pr 23, 21; LXX).

2. Senza dubbio l’ozioso non meriterà di essere adornato di quella veste di incorruzione, di cui l’Apostolo offre un ordine: «Rivestitevi del Signore Gesù Cristo» (Rm 13, 14). E di nuovo: «... rivestitevi della fede e della carità come di una corazza» (1 Ts 5, 8). Di quella veste parla pure il Signore a Gerusalemme per mezzo del profeta: «Risorgi, risorgi, Gerusalemme; rivestiti con gli indumenti della tua gloria» (Is 52, 1). E così chiunque, vinto dal sonno dell’ozio e dell’accidia, preferirà rivestirsi, non con il provento della sua laboriosità, ma con i panni della sua inerzia, stralciati via dalla perfetta pienezza del corpo delle Scritture, finirà per adattare alla sua ignavia, non la veste della gloria e del decoro, ma la copertura vergognosa delle proprie scuse.

3. Infatti quelli che si sono lasciati sorprendere da questa indolenza, ricusando di sostentarsi con i profitti del proprio lavoro, quello che l’Apostolo incessantemente volle affrontare e che ordinò a noi di esercitare, sono soliti servirsi di alcuni passi della Scrittura per stendere un velo sulla propria inerzia, affermando che così è stato scritto: «Procuratevi non il nutrimento che perisce, ma il nutrimento che resta per la vita eterna (Gv 6, 27); e ancora: «Il mio cibo è fare la volontà del Padre mio» (Gv 4, 34).

4. Ma queste testimonianze sono panni presi dalla salda compagine del testo evangelico, e vengono ricuciti al solo scopo di coprire il rossore della nostra oziosità e vergogna, e non per riscaldarci e adornarci con la veste preziosa e perfetta delle virtù, quella veste che nei Proverbi la donna saggia, rivestita di fortezza e di decoro, si dice che confeziona per sé e per il marito. Di quella donna perciò è scritto: «Ella è rivestita di fortezza e di decoro, e nei suoi ultimi giorni essa vive nella gioia» (Pr 31, 25; LXX). Di questo male dell’ignavia così lo stesso Salomone di nuovo dichiara: «Le vie di coloro che non lavorano sono seminate di spine» (Pr 15, 19; LXX); vale a dire, di quei vizi, simili a quelli che l’Apostolo, nei passi citati in precedenza, disse che germogliano nell’ozio; e di nuovo: «L’uomo ozioso è tutto nei suoi desideri» (Pr 13. 4; LXX). Di tali desideri dice l’Apostolo: «Non desiderate nulla di nessuno» (1 Ts 4, 11). E in fine: «L’oziosità è maestra di molti vizi» (Eccle = Sir 33, 29).

5. Questi mali l’Apostolo li commenta con chiarezza nei passi citati in precedenza: «Vivono senza far nulla e sempre in balia della curiosità» (2 Ts 3, 11). Di fronte a questo vizio egli aggiunge questo suggerimento: «Cercate con ogni premura di vivere nella pace» (1 Ts 4, 11), e appresso: «... per occuparvi ciascuno dei vostri impegni e per comportarvi con decoro di fronte a quei di fuori; e non desiderate nulla di nessuno» (1 Ts 4, 11-12). Tali individui egli li designa pure come disordinati e ribelli, e comanda, a quanti vogliono esser osservanti, di tenersi separati da loro: «Vi ordiniamo di evitare ogni fratello che vive oziosamente e non secondo l’insegnamento da noi ricevuto» (2 Ts 3, 6).

 22. I MONACI DELL’EGITTO, CON LA LORO LABORIOSITÀ, RICAVANO IL NECESSARIO PER IL PROPRIO SOSTENTAMENTO E PER RECARE SOCCORSO AI BISOGNOSI

I padri dell’Egitto perciò, istruiti da tali esempi, non consentono per nessun motivo che i monaci, soprattutto i giovani, stiano oziosi, e così, giudicando l’attività dello spirito e il loro profitto nella pazienza e nell’umiltà dall'impegno della loro laboriosità, non solo non permettono di accettare qualsiasi offerta destinata al loro sostentamento, ma, per di più, con i frutti del loro lavoro provvedono al vitto necessario ai fratelli in arrivo e ai pellegrini, e non soltanto si preoccupano per questi: essi accumulano una grandissima quantità di risorse alimentari da inviare alle regioni della Libia che soffrono la fame per la sterilità del suolo, come pure a quanti, nelle città, sono detenuti entro le carceri. E così essi con tali offerte ricavate dal frutto del proprio lavoro pensano di offrire a Dio un vero e spirituale sacrificio (cf. Rm 12, 1).

 23. IL MONACO OZIOSO È ESPOSTO ALLE TENTAZIONI

Ne segue, per tali motivi, che in queste (nostre) regioni non ci è dato di osservare nessun monastero con un gran numero di fratelli, e in effetti essi non godono dell’appoggio sicuro del loro lavoro al punto da assicurarsi la continuità e la stabilità nella vita monastica; ma anche nel caso che ad essi, in qualsiasi modo, venisse assicurata la sufficienza del loro sostentamento per la generosa liberalità di altri, il piacere dell’ozio tuttavia e la divagazione dell’animo non permettono loro una lunga perseveranza sul posto. Per questo si è diffusa in Egitto una santa sentenza dei padri: «Il monaco che si dedica al lavoro viene tentato da un solo demonio; quello invece che vive nell’ozio diviene la preda di spiriti senza numero!».

 24. L’ABATE PAOLO ESEMPIO DI LABORIOSITÀ

L’abate Paolo, infine, che, tra i padri, fu uno dei più sperimentati, viveva in un deserto molto vasto denominato Porfirio, e poteva ricavare un nutrimento sufficiente e sicuro per il suo sostentamento dai frutti delle palme e da un piccolo orticello. Non avrebbe avuto alcun bisogno di dedicarsi a qualche lavoro allo scopo di potersi mantenere, anche perché la sua dimora in quel deserto era lontana dalle città e dalle terre abitabili per almeno sette giornate di cammino e anche più, e, del resto, il prezzo che a lui sarebbe stato richiesto per il trasporto era più grande del compenso del suo lavoro, fosse pure a prezzo di sudore! E allora egli raccoglieva le foglie delle palme e si obbligava così ogni giorno a una certa quantità di lavoro, come se soltanto a quel prezzo egli dovesse sostentarsi. Giunto alla fine dell’intero anno, quando la sua grotta ne era ormai tutta ripiena, appiccatovi il fuoco, dava alle fiamme tutto quello che durante ogni anno aveva ammucchiato faticando con grande sollecitudine. E intanto egli comprovava che un monaco, senza il lavoro delle sue mani, non poteva restare a lungo al suo posto e neppure giungere, un giorno, al culmine della perfezione. Perciò, sebbene non lo inducesse a lavorare il bisogno del nutrimento, tuttavia egli lo faceva per la sola purificazione del cuore, per la salvaguardia dei suoi pensieri, per la permanenza duratura nella sua cella e per la sconfitta vittoriosa della stessa accidia.

 25. L’INSEGNAMENTO DELL’ABATE MOSÈ

Ancora all’inizio della mia vita passata nel deserto, avendo io confessato all’abate Mosè (Nota: l’abate Mosè passò la sua vita di monaco nel deserto denominato Calamo (Egitto)), il maggiore di tutti i santi, d’essermi sentito sorprendere, nel giorno precedente, da una forma estremamente gravosa di accidia, e di non aver potuto liberarmene in altro modo se non ricorrendo subito all’abate Paolo, egli così mi rispose: «Non te ne sei affatto liberato; tutt’al contrario, ti sei invece arreso ad essa come un soggiogato e un suddito. D’ora innanzi il nemico ti assalirà con violenza anche più grave, perché sei stato un disertore e un fuggiasco, ed egli ti ha visto fuggire dalla lotta non appena fosti vinto. In seguito sarà pure così, a meno che tu non preferisca, una volta iniziato il conflitto, evitare i suoi attacchi furiosi fin dal principio con l’abbandono della cella oppure col cedere al sonno, ma ti decida invece a imparare come affrontarlo e come trionfare su di lui in lotta aperta». L’esperienza infatti insegna che gli attacchi dell’accidia non devono essere evitati fuggendo, ma debbono essere superati a forza di resistenza.


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20 giugno 2014                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net