LE CONFERENZE SPIRITUALI

di GIOVANNI CASSIANO

 

PRIMA CONFERENZA DELL'ABATE MOSÈ

IL FINE DEL MONACO


Estratto da “Giovanni Cassiano – Conferenze spirituali” – Edizioni Paoline 1965


 

Indice dei Capitoli

I Abitanti di Scito e propositi dell’abate Mosè;

II L’abate Mosè domanda quale sia lo scopo o fine del monaco;

III La nostra risposta;

IV Altra domanda dell’abate Mosè sullo stesso tema;

V Similitudine dell’arciere;

VI Vi sono alcuni i quali, dopo aver rinunziato al mondo vogliono andare alla perfezione privi di carità;

VII Ricercare la tranquillità del cuore;

VIII Il nostro principale sforzo deve tendere alla contemplazione delle cose celesti. Esempio di Marta e di Maria;

IX Si domanda perché le virtù non durano quanto l’uomo;

X Risposta: la ricompensa della virtù rimane, l’atto termina;

XI La carità non ha mai fine;

XII Domanda sulla durata della contemplazione;

XIII Risposta sul modo d’indirizzare il cuore a Dio e sul regno di Dio e del diavolo;

XIV Immortalità dell’anima;

XV La contemplazione di Dio;

XVI Domanda riguardante la mobilità dei pensieri;

XVII Risposta: ciò che l’anima può e ciò che non può riguardo ai pensieri;

XVIII L’anima paragonata a una macina da mulino;

XIX I tre principi dei nostri pensieri;

XX Modo di distinguere i pensieri, preso dall’arte dell’abile banchiere;

XXI Illusione in cui cadde l’abate Giovanni;

XXII Le quattro specie del discernimento;

XXIII Il discorso del maestro di spirito risponde al merito di chi lo ascolta.

 

I - Abitanti di Scito e propositi dell’abate Mosè

Il deserto di Scito fu sempre popolato da monaci rinomati: fu anzi la dimora della perfetta vita monastica. Ma fra tanti fiori elettissimi uno olezzava di più soave profumo, sia nella vita attiva che in quella contemplativa: l’abate Mosè. Io, desideroso di metter buone basi nella vita monastica, mi recai alla sua scuola insieme con l’abate Germano, col quale ho avuto una perfetta comunione d’intenti fin dai primi passi della milizia cristiana. Con lui sono stato nel cenobio, con lui sono stato nell’eremo, a tal punto che i nostri conoscenti, per esprimere l’identità dei nostri propositi, dicevano che eravamo un’anima in due corpi.

Andammo insieme anche dall’abate Mosè e con molte lacrime gli chiedemmo una istruzione spirituale edificante. Sapevamo bene che egli non si decideva ad aprire le porte della perfezione se non a coloro che lo desideravano sinceramente e lo richiedevano di ciò con cuore contrito. Egli faceva così per non correre il rischio di presentare la dottrina celeste a gente che non la desiderava affatto, o la desiderava tiepidamente. Quella dottrina, infatti, è un segreto da manifestare soltanto a chi arde dal desiderio della perfezione, e da nascondersi gelosamente a quegli indegni che raccoglierebbero annoiati, facendo ricadere anche su chi la rivela una parte della loro colpa.

Commosso dalle nostre lacrime, il santo abate così prese a parlare.

 

II - L’abate Mosè domanda quale sia lo scopo o fine del monaco

Ogni arte, ogni disciplina ha un suo particolare scopo o fine. Chi vuol far bella prova in una qualsiasi arte, deve guardare al fine e sopportare con animo invariabilmente lieto fatiche, pericoli e perdite.

Guarda il contadino. Egli fruga infaticabile la terra, rompe le dure zolle con l’aratro, senza punto curarsi dei raggi cocenti del sole, né della brina o del gelo. Quando egli libera la terra dai pruni e dalla malerba e la riduce poi trita e sciolta come rena, persegue lo scopo di ottenere un raccolto abbondante, messe strabocchevole, che possa dargli vita tranquilla e ricchezza cospicua. L’agricoltore vuota lietamente i granai pieni di frumento, e affida con assidua fatica il suo grano ai solchi umidi, perché la speranza della messe futura non gli lascia sentire la perdita presente.

Osserva ora i commercianti. Essi non temono le tempeste del mare, non si spaventano d’alcun pericolo, mentre volano al loro fine con veloce speranza di guadagno.

Non si dimentichino neppure gli uomini accesi di ambizione militare. Il miraggio lontano degli onori e della potenza li rende insensibili ai disagi, ai pericoli dei viaggi, agli affanni presenti, alle guerre: tutto per loro è nulla, pur di ottenere l’onore che si son proposti come scopo.

Altrettanto deve dirsi per la nostra professione. Anch’essa ha un fine, e per raggiungerlo noi sopportiamo senza abbatterci — anzi con gioia — tutte le fatiche. Per quel fine non ci lasciamo vincere dai digiuni e dalla fame, troviamo gradevole il peso delle veglie, troviamo dilettevole la lettura continua della sacra Scrittura, né ci fa spavento la fatica senza sosta, la completa privazione di tutte le cose, la solitudine di questo eremo. Per questo medesimo scopo — ne sono certo — avete anche voi disprezzato l’amore dei parenti, la terra che vi dette i natali, le consolazioni del mondo, e avete attraversato tante regioni per venire da noi, uomini rozzi e ignoranti, sperduti nella desolazione di questo deserto. Ditemi dunque: qual è lo scopo o fine vostro? Che cosa vi spinge a sopportare lietamente tutte queste cose?

 

III - La nostra risposta

Poiché l’abate insisteva nel sollecitare la nostra risposta, noi rispondemmo che eravamo disposti a soffrire qualunque cosa per amore del regno dei cieli.

IV - Altra domanda dell’abate Mosè sullo stesso tema

E l’abate riprese: per quanto riguarda il fine, avete risposto magnificamente, resta ora da vedere quale deve essere lo scopo [1] al quale dobbiamo indirizzare ogni nostro atto, se vogliamo raggiungere il fine.

Noi confessammo francamente di non saperlo, e quello continuò: Ogni arte, ogni disciplina — come ho già detto — deve avere dinanzi a sé un punto a cui s’indirizzano tutti gli sforzi e tutti i desideri. Se a quel punto non si tende con ardore e perseveranza, non è possibile raggiungere il fine desiderato.

Il fine del contadino — già portato ad esempio — è quello di vivere in tranquilla agiatezza godendosi un raccolto abbondante, ma per giungere al fine, ecco che il contadino libera il campo dalle spine e dalle erbe dannose, né pensa di poter ottenere l’agognata agiatezza se non possiede prima, nel lavoro e nella speranza, quel che spera di possedere nella realtà.

Un mercante che desidera ingrossare il suo capitale, mai cessa di ammassare mercanzie, perché vede che inutilmente vorrebbe il guadagno se non intraprendesse la via che ad esso conduce.

Coloro che desiderano le più alte dignità del mondo, scelgono prima gl’impieghi da ricoprire e le carriere da percorrere, per assicurarsi di giungere alla carica agognata.

Il fine del nostro cammino è il regno di Dio, o regno dei cieli; ma quale è la via da seguire? Il problema è della massima importanza, perché se non conosceremo la via, ci affanneremo inutilmente. Infatti il viandante che va fuori strada, si affatica tanto e non progredisce di un passo.

Vedendo la nostra meraviglia a queste sue parole, il buon vecchio continuò: il fine della nostra professione è indubbiamente il regno di Dio, o regno dei cieli, ma la via che ad esso conduce è la purezza del cuore, senza la quale nessuno può raggiungere quel fine. Fissando lo sguardo sulla purezza del cuore, come per prendere da essa la nostra direzione, noi orienteremo i nostri passi sopra una linea sicura. Se da questa linea il nostro pensiero si allontanerà qualche poco, torneremo in noi stessi e, con l’occhio fisso alla regola scelta, correggeremo le deviazioni. Quella stessa regola che ha sollecitato tutti i nostri sforzi a indirizzarsi sulla via sicura, non mancherà di richiamarci al dovere se la nostra volontà avrà deviato anche leggermente, dalla direzione che s’era proposta.

 

V - Similitudine dell’arciere

Pensiamo ad alcuni tiratori d’arco che vogliono dar prova della loro perizia davanti a un re di questo mondo. Essi si sforzano di conficcare dardi e saette sopra certi piccoli scudi sui quali stanno dipinti i premi e sanno che, se non mirano diritto, non potranno ottenere il fine, cioè il premio desiderato. Supponiamo ora che il bersaglio sia sottratto allo sguardo degli arcieri; anche se la loro mira sarà lontana dalla buona direzione, non se n’accorgeranno, perché mancherà un punto di riferimento che indichi se la direzione è buona o sbagliata. Così fenderanno inutilmente l’aria, incapaci di conoscere il loro errore, perché non hanno una regola che li avverta della direzione sbagliata, o del punto verso il quale, la loro vista malcerta debba richiamare e raddrizzare la traiettoria del tiro.

Applichiamo ora l’immagine alla professione monastica. Il suo fine è la vita eterna, dice infatti l’Apostolo: « Voi avete come frutto la vostra santificazione, come fine la vita eterna » [2]. La via che porta al fine è la purezza del cuore, che l’Apostolo giustamente chiama santità. Senza di essa è impossibile raggiungere il fine; è come dire in altre parole: la vostra via è la purezza del cuore, il termine d’arrivo è la vita eterna. Il santo Apostolo, parlando altrove della nostra meta, dice: « Dimenticando quel che mi è dietro le spalle, e slanciandomi alle cose davanti, vado dietro al segno, per raggiungere il premio della suprema vocazione di Dio » [3]. Il testo greco è in questo luogo ancor più chiaro: esso suona così: « Katà schopón dióco ». È come se l’Apostolo dicesse: « Nel mirare al bersaglio, io dimentico ciò che sta dietro a me — cioè i vizi dell’uomo carnale — e cerco di raggiungere il mio fine che è il premio celeste ».

Dobbiamo perciò ricercare con ogni diligenza ciò che può condurci alla purità del cuore; dobbiamo pure guardarci da tutto ciò che da essa ci allontana. Si tratta infatti di cose pericolose e dannose.

II bersaglio da raggiungere è la ragione del nostro agire e del nostro soffrire. Perché la sua vista ci segua sempre, chiara e inobliabile, abbiamo abbandonato parenti, patria, onori, ricchezze, piaceri del mondo. Perciò, dopo che ci siamo proposti questo bersaglio, tutti i nostri atti e pensieri debbono tendere a raggiungerlo. Se esso, per nostra disgrazia, non ci stesse sempre davanti agli occhi, tutti i nostri sforzi diventerebbero vani e sprecati, si disperderebbero senza alcun profitto. Peggio ancora: sorgerebbe in noi una folla di pensieri sregolati, contrastanti gli uni con gli altri. È inevitabile infatti che un’anima, la quale non ha più un punto a cui riferirsi e ancorarsi, cambi ad ogni ora e ad ogni momento, a seconda dei pensieri che sopravvengono e sotto la sollecitazione degli avvenimenti esteriori: cambi cioè il proposito, col cambiare delle impressioni.

 

VI - Vi sono alcuni i quali, dopo aver rinunziato al mondo, vogliono andare alla perfezione privi di carità

Ecco spiegato perché molti uomini spirituali, i quali avevano disprezzato ingenti beni di fortuna, cumuli d’oro e d’argento, sterminati possedimenti terreni, si lasciarono poi vincere da un nonnulla come un coltello, un pennino, un ago, una penna. Se essi avessero tenuto lo sguardo fisso al bersaglio, che è la purezza del cuore, mai si sarebbero persi in simili stupidaggini, dopo che si erano privati di beni considerevoli e preziosi per non trovare in essi un ostacolo all’unione con Dio.

Ci sono persone le quali conservano così gelosamente un manoscritto da non lasciarlo né vedere né toccare da alcuno; così avviene che dove potrebbero trovare una preziosa occasione di pazienza e di carità, trovano una dannosa occasione d’impazienza e di morte. Certi uomini spirituali agiscono allo stesso modo: dopo aver distribuito tutte le loro ricchezze, per amore di Cristo, conservano l’attaccamento del cuore, trasferito in cose piccolissime, e si adirano per difendere queste sciocchezzuole, come se non avessero la carità di cui parla l’Apostolo. Per tal modo la loro vita diventa completamente sterile.

S. Paolo prevedeva in spirito tutto ciò quando scriveva: « Se anche dessi in favore dei poveri tutto ciò che posseggo, e dessi il mio corpo per essere arso, e non avessi amore, non ne avrei alcun giovamento » [4]. Ciò dimostra che la perfezione non si raggiunge d’un tratto, rinunciando alle ricchezze e disprezzando gli onori, senza prima essersi arricchiti di quella carità della quale l’Apostolo descrive i molteplici aspetti. E la carità consiste nella purezza del cuore! Che cosa significano infatti le parole di S. Paolo che dice: « La carità non è ambiziosa, non si gonfia, non s’irrita, non agisce invano, non è egoista, non si compiace dell’ingiustizia, non pensa male?... ». Non è lo stesso che invitare ad offrire a Dio un cuore perfetto e purissimo, e a custodirlo intatto da tutti i moti della passione?

 

VII - Ricercare la tranquillità del cuore

La purezza del cuore deve dunque essere l’unico oggetto delle nostre azioni e dei nostri desideri. Per ottenerla e conservarla dobbiamo ritirarci nel deserto, sopportare digiuni, veglie, fatiche, nudità; applicarci alla lettura dei libri sacri e alla pratica delle altre virtù, convinti che in tal modo renderemo puro il nostro cuore e lo conserveremo inattaccabile a tutte le passioni perverse. Così saliremo — come per una scala — verso la perfezione della carità.

Nel caso che un’occupazione buona e necessaria non ci lasciasse osservare con assoluta completezza il programma che ci siamo proposti, non cadiamo in tristezza, non andiamo in collera o sdegno; pensiamo piuttosto che quanto non abbiamo potuto fare, avremmo voluto farlo proprio per vincere questi stessi vizi. È minore il guadagno che si ha da un digiuno, che lo scapito derivante da un atto di collera; il frutto di una lettura spirituale, non basta a compensare il danno che proviene dal disprezzo di un fratello. Bisogna dunque esercitare le virtù secondarie — digiuno, veglie, vita solitaria, meditazione delle sacre Scritture — in subordinazione alla virtù principale, che è la purezza del cuore o carità. Guai a chi sminuisce la virtù della carità per dare il primo posto a ciò che è accessorio! Finché la carità resta integra e intatta, tutto va bene, anche se certe pratiche secondarie vengono per necessità tralasciate; se invece compiamo ogni cosa fedelmente, ma senza la carità, che dev’essere l’anima di tutto, le nostre azioni non valgono più nulla.

Un artigiano non si studia di procurarsi gli arnesi del mestiere per tenerli inoperosi, o perché spera che tutto il suo guadagno derivi dal semplice possesso degli arnesi; egli, invece, col loro aiuto, vuol rendersi esperto nell’arte in cui quelli sono i mezzi per raggiungere il fine. Così i digiuni, le veglie, la meditazione delle sacre Scritture, la completa rinunzia al mondo, non costituiscono la perfezione, ma i mezzi o strumenti della perfezione. Essi non formano il fine di questa divina arte: sono i mezzi per arrivare al fine.

Inutilmente perciò si applica a questi esercizi colui che li stima un bene supremo e fissa in essi la mira del suo cuore, senza spingersi più in alto, al fine per cui queste pratiche sono desiderabili. Chi facesse così, avrebbe tutte le nozioni della sua arte, ma non conoscerebbe il fine nel quale sta il frutto desiderato.

Tutto ciò che ha il potere di turbare la purezza e la tranquillità dell’anima nostra, va dunque fuggito come dannoso, anche se potesse sembrare utile o addirittura necessario. Seguendo questa regola potremo evitare la divagazione dei nostri pensieri e potremo giungere — secondo una linea di sicuro indirizzo — al fine sospirato.

 

VIII - Il nostro principale sforzo deve tendere alla contemplazione delle cose celesti. Esempio di Marta e di Maria

Questo dev’essere il nostro principale impegno, questo l'orientamento continuo ed immutabile del cuore: stare incessantemente occupati di Dio e delle cose celesti. Tutto ciò che distoglie da questa meta, per grande che possa sembrare, è da stimarsi secondario e perfino spregevole e dannoso.

Il Vangelo stesso ci invita a formarci una simile mentalità e a proporci un tal modo di vivere, quando mette a confronto Marta e Maria.

Marta attendeva ad un’occupazione santa, serviva infatti Gesù e i suoi discepoli; Maria invece, preoccupata esclusivamente della dottrina spirituale, stava ai piedi di Gesù, e li baciava, e li ungeva col profumo di una sincera confessione. Noi sappiamo che al Signore fu più gradito il gesto di Maria, perché essa aveva scelto la parte migliore, una parte che non le sarebbe stata mai tolta.

Marta, che s’affannava con devota premura nel suo lavoro di massaia, quando s’accorse di non poter sbrigare da sola tutte le faccende, domandò al Signore l’aiuto della sorella, e disse: « Non ti importa nulla che mia sorella mi lasci sola a lavorare? Esortala ad aiutarmi » [5]. Non era certo un’opera spregevole quella a cui Marta chiamava la sorella; tuttavia si sentì rispondere: « Marta, Marta, ti preoccupi e ti affanni per troppe cose: poche cose son necessarie, anzi basta una sola. Maria ha scelto la parte migliore, e non le sarà mai tolta » [6].

Si vede da ciò che il Signore ripone il bene supremo nella sola « teoria », cioè nella divina contemplazione. Ne consegue che le altre virtù — per quanto utili e buone — sono da mettersi in secondo ordine, perché sono tutte da praticare in vista della sola contemplazione. Quando il Signore dice: « Tu ti preoccupi e t’affanni per troppe cose, ma poche cose son necessarie, anzi ne basta una sola », ci fa intendere che il sommo bene non sta nell’azione — anche se buona e ricca di frutti — ma sta nella contemplazione divina. Bastano poche cose, dice il Maestro Divino, per la beatitudine perfetta; e così parlando Egli intende additarci il primo grado della contemplazione, nella quale l’anima è intenta a meditare gli esempi di un piccolo numero di santi. Chi nella vita spirituale è ancora allo stadio dei proficienti, con l’aiuto della divina grazia, e attraverso questa contemplazione, si eleverà fino all’unica cosa necessaria di cui abbiamo parlato, cioè alla vista di Dio solo. Emulando allora gli esempi e i mirabili inviti dei santi, l’anima avrà per unico alimento la conoscenza di Dio e il gusto della sua bellezza. È vero dunque che Maria ha scelto la parte migliore, una parte che non potrà esserle tolta.

Ma queste parole vanno considerate più attentamente. Il Signore, dicendo che Maria ha scelto la parte migliore, non si pronuncia su Marta, e tanto meno la condanna; tuttavia mentre loda l’atteggiamento di Maria, dichiara che quello di Marta è meno bello. Quando poi aggiunge: « e quella parte non le sarà tolta », afferma implicitamente che a Marta potrà esser tolta la sua parte (un servizio di natura corporale non potrà infatti durare quanto l’uomo), ma l’occupazione di Maria, insegna esplicitamente il Signore, non avrà mai termine.

 

IX - Si domanda perché le virtù non durano quanto l’uomo

Profondamente colpiti da queste parole, noi rispondemmo: dunque l’afflizione dei digiuni, la continua lettura, l’esercizio delle opere di misericordia, di giustizia, di pietà, di cortesia, costituiscono beni deperibili che non resteranno con chi ne è stato l’autore? Ma a queste opere il Signore promette il regno dei cieli quando dice: « Venite, o benedetti dal Padre mio; possedete il regno dei cieli che vi è stato preparato fin dalla fondazione del mondo. Perché ebbi fame e voi mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere » [7]... Come potrà esserci tolto ciò che ci introduce nel regno dei cieli?

 

X - Risposta: la ricompensa della virtù rimane, l’atto termina

Mosè — Io non ho detto che il premio delle buone opere ci sarà tolto; il Signore stesso afferma che « colui il quale darà a bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca ad uno di questi piccoli perché è suo discepolo, non perderà la sua ricompensa » [8]. Dico però che dovranno cessare le opere di misericordia, le quali sono ora richieste dalle necessità del corpo, dagli assalti della carne, dalle diverse condizioni degli uomini.

La lettura assidua dei libri sacri, l’austerità del digiuno, sono utili per purificare il cuore e sottomettere la carne, nelle condizioni presenti di vita, finché la carne ha desideri contrari allo spirito [9], ma noi vediamo che questi buoni esercizi cessano anche nella vita presente allorché uno, per eccessiva difficoltà, o per malattia, o per vecchiaia, è impossibilitato a compierli. A maggior ragione, dunque, cesseranno nella vita eterna, quando la carne corruttibile si sarà rivestita di incorruttibilità [10] e il nostro corpo animale sarà diventato spirituale [11]; in una parola: quando la carne non avrà più desideri contrari allo spirito. Tutto ciò è detto chiaramente in S. Paolo: « L’esercizio del corpo è utile a poco, invece la pietà — e qui certamente si deve leggere carità — è utile a tutto: essa ha le promesse della vita presente e di quella futura » [12].

Dire che le opere di pietà esteriore hanno un limite, equivale ad affermare che non possono essere esercitate sempre, né possono dare — a chi in esse si affatica — la perfezione suprema. Infatti: quella parola dell’Apostolo: « utile a poco », può intendersi in due sensi. In relazione alla durata del tempo, vuol dire che l’esercizio corporale non è inseparabile dall’uomo, né in questa vita, né in quella futura; in relazione al poco profitto che si ricava dall’esercizio corporale, l’espressione di S. Paolo significa che le macerazioni della carne sono appena un inizio, non già la pienezza di quella perfetta carità alla quale sono assicurate le promesse della vita presente e futura. Con tutto ciò noi riteniamo che queste opere sono necessarie: senza di esse non è possibile salire alla vetta della carità.

Quelle che voi chiamate opere di pietà e di misericordia sono necessarie in questo mondo, finché le condizioni degli uomini restano disuguali; non sarebbero più necessarie se non esistesse questo esercito di poveri, di bisognosi, d’infermi, i quali spesso son ridotti così dalla ingiustizia di altri uomini che hanno preso per sé — senza poi usarli — i beni che il creatore aveva destinati a tutti. Finché nel mondo esisterà la disuguaglianza ci sarà bisogno delle opere di misericordia: esse saranno utili in quanto restituiranno l’eredità eterna a chi le compie con retta intenzione.

Ma nella vita eterna regnerà l’uguaglianza e cesseranno le opere di pietà, non essendoci più la ragione che le rendeva necessarie. Tutti, dalla varietà della vita attiva, passeranno all’amore di Dio e alla contemplazione delle cose celesti in perpetua purità di cuore.

A questa contemplazione vogliono liberamente e generosamente dedicarsi — fin da questa vita — coloro che hanno premura di acquistare la scienza divina e di purificare la propria anima. Essi, applicandosi mentre sono nella carne corruttibile al compito che avranno da svolgere quando sia deposta la carne, hanno già gustato quella promessa del Signore che dice: « Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio » [13].

 

XI - La carità non ha mai fine

E perché vi meravigliate se gli esercizi corporali enumerati sopra avranno un termine? Non ricordate che il beato apostolo Paolo ci indica come transitori gli stessi sublimi carismi dello Spirito Santo, e ci dà come permanente la sola carità? « Le profezie — egli dice — termineranno, le lingue cesseranno, la scienza finirà nel nulla; la carità invece non ha mai termine » [14].

I doni sono elargiti secondo le necessità e per un tempo determinato: terminato il tempo presente, essi spariranno; la carità invece non verrà mai meno. Essa opera a nostro profitto, non solo in questo mondo, ma anche nell’eternità. Quando avremo deposto il fardello delle necessità corporali, essa durerà ancora, fatta più efficace e perfetta, perché messa al riparo da ogni possibile corruzione e unita eternamente a Dio in una fiamma più viva e intima.

 

XII - Domanda sulla durata della contemplazione

Germano — Come può una creatura, rivestita di una carne tanto fragile, rimanere continuamente assorta nella contemplazione, tanto da non staccarsene, né per l’arrivo di un fratello, né per la visita ad un infermo, né per il lavoro manuale, né per i doveri di ospitalità da rendere a un pellegrino o ad altro viandante?

Infine, chi potrà non essere distratto dalla necessità di provvedere al sostentamento e alla cura del corpo? Noi vorremmo imparare come e in qual misura l’anima si possa unire a questo Dio invisibile e incomprensibile.

 

XIII - Risposta sul modo di indirizzare il cuore a Dio e sul regno di Dio e del diavolo

Mosè — Unirsi a Dio senza interruzione, e rimanere inseparabilmente uniti a Lui nella contemplazione, nella modalità che voi dite, è veramente impossibile all’uomo appesantito dalla fragilità della carne. Tuttavia dobbiamo conoscere dov’è che l’anima nostra deve fissarsi e dove dobbiamo continuamente ricondurre la nostra attenzione. Se a quel segno abbiamo sempre tenuto fisso lo sguardo dell’anima, rallegriamoci; se invece ce ne siamo staccati, piangiamo e sospiriamo, convinti che ci siamo allontanati dal sommo Bene, ogni qualvolta ci siamo trovati a pensare ad altro. Ogni allontanamento — anche momentaneo — dalla contemplazione di Cristo, è da giudicare come un adulterio. Quando la nostra attenzione si è un po’ allontanata dal suo oggetto, riportiamo verso di quello gli sguardi del cuore, richiamandovi le potenze dell’anima come lungo una linea retta.

L’essenza della vita spirituale sta nel profondo dell’anima: quando dal nostro intimo è stato cacciato il diavolo e non vi regnano più i vizi, si stabilisce in noi il regno di Dio. A questo proposito dice l’Evangelista: « Il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi. Non si dirà: eccolo qui, eccolo là; perché, ecco il regno di Dio è dentro di voi » [15].

Nel nostro intimo non ci può essere che una situazione: o conoscenza o ignoranza della verità; o amore del vizio o amore della virtù. Così noi prepariamo in cuor nostro un regno: o regno del diavolo o regno di Cristo. S. Paolo descrive anche la natura di quel regno che deve istaurarsi in noi; dice infatti: « Il regno di Dio non è cibo né bevanda, ma giustizia e pace e gioia nello Spirito Santo » [16].

Se il regno di Dio è dentro di noi e consiste nella giustizia, nella pace, nella gioia, chi vive in queste virtù vive certamente nel regno di Dio. Al contrario: chi vive nell’ingiustizia, nella discordia, nella tristezza generatrice di morte, è cittadino del regno del diavolo, dell’inferno e della morte. Da questi segni infatti si distinguono tra loro il regno di Dio e quello del diavolo.

Ora leviamo in alto il nostro sguardo e osserviamo lo stato in cui si trovano le schiere celesti, quelle che appartengono veramente al regno di Dio. Che cosa pensare del loro stato, se non che esso è gioia senza interruzione e senza fine? Che cosa c’è di così essenziale alla vera beatitudine come la tranquillità continua e la gioia eterna?

Ma io voglio che sulla verità di queste parole abbiate una prova assai più convincente di quel che possono essere i miei poveri ragionamenti. Vi porto l’autorità stessa del Signore; ascoltatelo descrivere con tocchi luminosi la natura e le condizioni del mondo futuro: « Ecco che io creo nuovi cieli e nuova terra; e le cose di prima non verranno più nella memoria, né più torneranno in mente. Ma godrete e gioirete eternamente di quelle cose che io creo » [17]. E ancora: « Il gaudio e la letizia si troveranno là, l’inno di ringraziamento e la voce di lode di mese in mese, di sabato in sabato » [18]. E infine: « Gioia e allegrezza saranno la loro eredità, il dolore e il pianto fuggiranno » [19].

Ma se desiderate saperne di più, sulla città celeste e la vita dei santi, ascoltate quel che dice il Signore rivolto alla celeste Gerusalemme: « ...Alla tua sorveglianza metterò la pace, e alla tua sovraintendenza la giustizia. Non si sentirà più parlare di iniquità nella tua terra, né di devastazione e di sterminio dentro alle tue frontiere: la salute occuperà le tue mura, e la lode le tue porte. Non avrai più il sole per farti luce di giorno, né lume di luna ti rischiarerà la notte: il Signore ti sarà luce eterna e il tuo Dio sarà per te tua gloria. Il tuo sole non tramonterà e la tua luna non scemerà; perché il Signore ti sarà luce eterna e i giorni del tuo lutto saranno finiti » [20].

L’apostolo Paolo si accorda perfettamente a questi testi quando dice che il regno di Dio non è una gioia qualsiasi e indeterminata, ma è gioia precisa e specifica: è gioia nello Spirito Santo [21]. Egli infatti sa che esiste una gioia riprovevole, della quale sta scritto: « Questo mondo godrà » [22] e ancora: « Guai a voi che ridete, perché piangerete » [23].

Osserviamo finalmente che il regno dei cieli può essere inteso in tre significati. Il primo è che i cieli — cioè i santi — regneranno sopra gli altri uomini sottomessi alla loro potestà. A questo senso ci richiamano due passi del Vangelo: « Tu governerai cinque città, e tu dieci » [24], e l’altro rivolto ai discepoli: « Vi assiderete su dodici seggi a giudicare le dodici tribù d’Israele » [25]. Secondariamente « regno dei cieli » può significare che i cieli stessi diventeranno regno di Cristo, quando — per essere stato sottomesso a Lui tutto il creato — Dio incomincerà ad essere tutto in tutte le cose [26]. Infine « regno dei cieli » può significare che i santi regneranno in cielo col Signore.

 

XIV - Immortalità dell’anima

Ognuno sappia — fin da quando si trova in questo corpo materiale — che egli sarà assegnato a quel regno e a quella dignità di cui si è reso meritevole nella vita presente. Ognuno sarà in eterno consorte di colui al quale si sarà dato, come servo e seguace, nella vita presente. Così ci assicura la parola del Signore che dice: « Se uno si fa mio servo, venga al mio seguito. Dove sono io, là sarà anche il mio servo » [27].

Come vivendo nei vizi si entra nel regno del diavolo, così vivendo nelle virtù, nella purezza del cuore, nella scienza spirituale, si entra nel regno di Dio. E dove c’è il regno di Dio, là c’è infallibilmente la vita eterna; dove invece è il regno del diavolo, là ci sono — altrettanto infallibilmente — la morte e l’inferno. Chi si trova nel regno del diavolo non ha più neppure la possibilità di lodare il Signore: dice infatti il profeta: « Non saranno i morti a lodarvi, o Signore, né coloro che discendono nell’inferno (e quando dice « inferno » intende senza dubbio l’Inferno del peccato); ma noi che viviamo (non ai vizi o al mondo, ma a Dio), noi benediremo il Signore ora e in eterno » [28]. « Perché non v’è nella morte chi si ricordi di Dio: e nell’inferno (del peccato) chi gli renda lode » [29].

Nessuno mai — facesse anche mille volte professione di vita cristiana o monastica — può rendere gloria al Signore se pecca; nessuno può dire di ricordarsi di Dio, se fa ciò che Dio condanna; nessuno può chiamarsi sinceramente servo di Dio se ne disprezza i comandi con superba temerità.

Colpita da questa morte era la vedova vivente in delizie, della quale ci parla l’Apostolo quando dice: « La vedova che si dà alla lussuria, pur vivendo, è morta » [30]. Ci sono tanti che vivono col corpo, eppure sono morti e giacciono nell’inferno senza poter lodare il Signore. Molti altri, al contrario, sono morti alla vita del corpo, ma la loro anima benedice e loda Dio, secondo quel detto: « Benedite il Signore, spiriti e anime dei giusti » [31]; oppure: « Ogni spirito lodi il Signore » [32]. Nell’Apocalisse, poi, non solo si dice che le anime dei giusti uccisi lodano il Signore, ma si afferma che esse intercedono presso di lui [33]. Con chiarezza ancor maggiore parla su questo argomento Gesù nel Vangelo, rivolgendosi ai sadducei: « Non avete letto quel che vi fu detto da Dio: Io sono il Dio di Abramo, il Dio d’Isacco, il Dio di Giacobbe? Non è il Dio dei morti ma dei vivi » [34]. Davanti a lui tutti vivono! E s. Paolo dice di quei Patriarchi: « E però Dio non si vergogna di esser chiamato il Dio loro, perché preparò ad essi una città » [35].

Anche la parabola evangelica di Lazzaro il mendicante e del ricco vestito di porpora, ci avverte che le anime separate dai corpi non restano inattive né prive di sentimenti. Dice infatti la parabola che Lazzaro meritò una dimora felicissima, cioè il seno di Abramo, mentre il ricco fu mandato a bruciare negli ardori intollerabili del fuoco eterno [36].

Se vogliamo considerare anche la parola rivolta da Gesù al buon ladrone: « Oggi sarai con me in paradiso » [37], qual altro senso le daremo se non questo: nelle anime perdurano le conoscenze anteriori, e in più esse hanno una sorte corrispondente ai loro meriti e alla loro vita precedente? Gesù infatti mai avrebbe fatto quella promessa al buon ladrone se quell’anima, dopo la separazione dal corpo, avesse dovuto rimanere priva di vita, o avesse dovuto dissolversi nel nulla. Non era il corpo, ma l’anima del buon ladrone, che doveva entrare in paradiso con Cristo.

Bisogna stare attenti a respingere con tutte le forze un perverso modo di punteggiare le parole del Vangelo, un modo seguito da certi eretici. Non volendo ammettere che il Signore sia salito al cielo lo stesso giorno in cui discese agli inferi, essi leggono le parole dette al buon ladrone secondo questa punteggiatura: « Oggi ti dico in verità » e qui fanno punto. Poi aggiungono: « Tu sarai con me in paradiso ». Con questa maniera di leggere il Vangelo, non si dovrebbe considerare la promessa del Signore come destinata ad avverarsi subito, appena avvenuta la morte, ma come rimandata a dopo la resurrezione. Costoro però non capiscono ciò che — molto prima della resurrezione — Gesù disse ai giudei che lo credevano prigioniero dei ristretti limiti della carne e delle infermità del corpo: « Nessuno sale in cielo all’infuori di Colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’Uomo che è in cielo » [38].

Tutto ciò dimostra che le anime dei defunti non sono prive delle loro facoltà intellettuali, e continuano a provare sentimenti di speranza, di tristezza, di gioia, di timore: godono insomma un anticipo di ciò che è loro riservato dopo il giudizio universale. Non è dunque vero, come ritengono alcuni infedeli, che esse, all’uscir da questo mondo, si dissolvono nel nulla; vivono invece di una vita più alta e si applicano più intensamente a render gloria a Dio.

Se ora vogliamo lasciare da parte le testimonianze della sacra Scrittura e ragionare un po’ sulla natura dell’anima secondo la debolezza della nostra intelligenza, non è vero che ci sembrerà sciocchezza, anzi vera pazzia, il solo supporre che la parte più preziosa dell’uomo, quella che a detta dell’Apostolo porta impressa l’immagine e la somiglianza di Dio [39], diventi insensibile appena avrà deposto il peso di quel corpo che tanto la grava? E può l’anima — principio ragionevole, sorgente di sensibilità per la materia inanimata e insensibile — perdere le sue facoltà spirituali perché ha deposto la carne? La buona logica fa concludere che l’anima nostra, liberata da questa carne che l’appesantisce, nonché perderle, possederà invece più pronte, più limpide, più affinate, le sue facoltà intellettuali.

L’apostolo Paolo è tanto persuaso di questa verità da desiderare la separazione dalla carne per potersi più perfettamente unire a Dio : « Ho il desiderio di vedere sciolti i legami della carne e andarmene con Cristo. Questo è molto meglio, perché fino a quando alberghiamo nel corpo siamo, come pellegrini, lontani dal Signore » [40]. Perciò: « Stiamo fiduciosi e preferiamo staccarci dal corpo per incamminarci verso il Signore. E cerchiamo con ogni studio — sia che siamo usciti dal corpo, sia che vi rimaniamo — di piacere a lui » [41]. Così l’Apostolo proclama che la permanenza dell’anima nella carne somiglia ad un esilio lontano da Dio, ad una separazione da Cristo. Con maggior evidenza lo stesso Apostolo parla in altro luogo dello stato di vita intensissimo delle anime separate dal corpo: « Ma voi vi siete accostati al monte Sion, alla Gerusalemme celeste, alle miriadi di angeli, alla adunata e assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, a Dio giudice di tutti, e agli spiriti dei giusti che sono arrivati alla perfezione » [42]. Trattando ancora di questi spiriti beati, l’Apostolo dice: « I nostri padri secondo la carne, li avevamo castigatori, e pur li rispettavamo; non dovremo molto più sottoporci al Padre degli spiriti noi, per avere la vita? » [43].

 

XV - La contemplazione di Dio

La contemplazione divina è da intendersi in più modi. Dio infatti non si conosce soltanto attraverso la visione della sua incomprensibile essenza — gioia, questa, ancora velata nella speranza e nella promessa — ma la magnificenza della creazione, la divina giustizia, la Provvidenza, manifestano Dio. Noi contempliamo Dio anche quando osserviamo con anima pura il modo da lui tenuto, di generazione in generazione, verso i suoi santi; quando ammiriamo, con cuore tremante, la potenza con la quale egli governa, tempera e regge tutto il creato. Quando consideriamo la sua scienza infinita, il suo occhio, al quale non possono nascondersi neppure i segreti del cuore; quando pensiamo che egli ha contato i granelli di sabbia che sono in riva al mare, e il numero delle onde; quando pensiamo, stupefatti, che tutte le gocce di pioggia, tutti i giorni e tutte le ore di cui son fatti i secoli, tutto ciò che fu e tutto ciò che sarà è presente alla sua conoscenza. Quando consideriamo — sopraffatti dall’ammirazione — la clemenza ineffabile che gli fa sopportare i delitti senza numero che ogni momento si commettono davanti al suo sguardo, senza che la sua longanimità venga mai meno; quando pensiamo alla vocazione con la quale ci ha chiamati; senza alcun nostro merito, ma per pura sua misericordia; quando guardiamo alle occasioni di salvezza che ci ha preparate al fin di adottarci come suoi figli... Egli — non dimentichiamolo — ha voluto che noi nascessimo in condizioni tali da poter godere fin dalla culla la sua grazia e la conoscenza della sua legge, e dopo aver trionfato in noi dell’Avversario, col solo consenso della nostra buona volontà, ci ricompensa col premio della felicità eterna. Quando infine pensiamo a Dio che intraprende l’opera della Incarnazione per la nostra salvezza, ed estende a tutti i popoli i prodigi dei suoi adorabili misteri: in tutte queste occasioni noi ci eleviamo alla contemplazione divina.

Considerazioni sul tipo di quelle enumerate fin qui se ne possono avere in quantità quasi infinita: esse nascono nel nostro intimo in relazione diretta alla perfezione della nostra vita e alla purezza del nostro cuore.

È però vero che nessun uomo potrebbe intrattenere continuamente simili considerazioni se lasciasse sopravvivere in sé qualche rimasuglio degli affetti carnali. Dice infatti il Signore: « Tu non potrai vedere il mio volto e continuare a vivere » [44]. S’intende, evidentemente, « vivere al mondo e agli affetti terreni ».

 

XVI - Domanda riguardante la mobilità dei pensieri

Germano — Come si spiega che i pensieri vani si insinuano in noi contro la nostra volontà, e persino a nostra insaputa? Essi inoltre hanno modi così sottili e nascosti che troviamo difficoltà non soltanto a cacciarli ma anche a riconoscerli. Può la nostra mente esser libera da questi pensieri e non esser costretta a sopportare illusioni di questo genere?

 

XVII - Risposta: ciò che l’anima può e ciò che non può riguardo ai pensieri

Mosè — È impossibile che l’anima non sia assalita dai pensieri, ma accettare o respingere quei pensieri, è possibile a chiunque lo voglia. La loro nascita non dipende totalmente da noi, dipende però da noi approvarli e accoglierli.

Ho detto che la mente è necessariamente assalita dai pensieri; ma guardiamoci bene dal credere che tutto dipenda dal caso o dal suggerimento degli spiriti maligni, altrimenti non esisterebbe più il libero arbitrio e noi non avremmo più il dovere di correggerci. Io fermamente sostengo che dipende in gran parte da noi determinare la qualità dei nostri pensieri e stabilire se nel nostro cuore dovranno trovare accoglienza quelli santi e spirituali, oppure quelli terreni o carnali.

La lettura assidua e la meditazione continua della sacra Scrittura, si pratica proprio per questo: per far sbocciare nella mente pensieri santi. Il canto continuato dei Salmi è destinato a far nascere in noi la compunzione; le veglie e i digiuni tendono ad ottenere che l’anima nostra perda il gusto delle cose terrene e voglia contemplare soltanto quelle celesti. Perciò, se abbandoniamo queste pratiche, a causa di un cedimento alla negligenza, è inevitabile che l’anima, gravata dalla pesantezza dei vizi, prima inclini verso la parte carnale, poi vi cada.

 

XVIII - L’anima paragonata a una macina da mulino

L’esercizio che si richiede al nostro cuore si potrebbe convenientemente paragonare al lavoro che compiono le macine di un mulino, mosse in giro dall’acqua che precipita da un canale. Le macine non possono assolutamente cessar di girare, perché son trasportate dalla spinta delle acque; resta però in facoltà del mugnaio far macinare grano, orzo, o loglio. Una cosa è fuori dubbio: potrà esser macinato soltanto ciò che il mugnaio avrà mandato alle macine.

Così per l’anima nostra. Nella vita presente i torrenti delle tentazioni le cadono sopra da ogni parte e la muovono e la sollecitano con i pensieri più svariati; è però rilasciato al suo zelo e alla sua diligenza stabilire quali di quei pensieri dovranno essere ammessi e quali respinti. Se — come ho detto — ricorriamo alla meditazione continua della sacra Scrittura, ad elevare la nostra mente al pensiero delle realtà soprannaturali, al desiderio della perfezione e alla speranza della felicità eterna, i nostri pensieri saranno certamente spirituali e faranno abitare l’anima in quelle stesse altezze alle quali si elevò nella meditazione. Se invece — dopo aver ceduto alla pigrizia e alla negligenza — ci lasceremo trasportare da pensieri colpevoli, o prendere dalle conversazioni inutili, oppure ci faremo guidare da preoccupazioni mondane, da vane sollecitudini, nascerà in noi una specie di zizzania. Per l’anima nostra sarà molto dannoso macinare questo malseme, tuttavia, anche in questo triste caso avvereremo la parola del Signore che dice: « Dove sarà il tesoro delle nostre opere e delle nostre intenzioni, là necessariamente si troverà il nostro cuore » [45].

 

XIX - I tre principi dei nostri pensieri

Dobbiamo innanzi tutto ricordare che tre sono le fonti dalle quali traggono origine i nostri pensieri: Dio, il demonio, noi stessi.

I nostri pensieri vengono da Dio quando Egli si degna visitarci con una illuminazione dello Spirito Santo e innalzarci a un più sublime modo di vivere. Sono altresì da Dio i pensieri che ci recano una compunzione salutare per avere noi sciupate certe occasioni di progresso, o per esser caduti in qualche colpa a causa della nostra accidia. I nostri pensieri vengono da Dio anche quando ci scoprono i misteri celesti e richiamano i nostri propositi ad azioni e desideri migliori, come fu nel caso di Assuero [46]. Castigato da Dio, quel re si sentì spinto a scorrere i libri nei quali erano narrate le sue gesta; quella lettura gli richiamò alla mente i servizi resigli da Mardocheo. Ricordandosi che Mardocheo non aveva ricevuto alcuna ricompensa, volle il re che costui ricevesse onori supremi e, in vista dei suoi meriti, revocò il decreto di morte promulgato contro gli ebrei.

Ai pensieri che vengono da Dio ci richiama il Salmista quando dice: « Ascolterò quel che parla in me il Signore Dio » [47]. C’è poi un profeta che ha questa espressione: « L’angelo che parla in me dice... » [48]. Lo stesso concetto ci richiama Gesù nel Vangelo quando promette di venire in noi insieme col Padre e di stabilire in noi la sua dimora [49]. Egli dice: « Non siete voi che parlate, ma è lo Spirito del Padre che parla in voi » [50] e s. Paolo ha scritto: « Voi cercate una prova per convincervi che Cristo parla in me » [51].

Nascono dal diavolo quei pensieri con i quali egli cerca di farci cadere; e si serve a tale scopo o delle attrattive del vizio, o d’insidie nascoste. Talvolta ci presenta — con astuzia sottilissima — il male come bene, e trasforma se stesso in angelo della luce.

Di pensieri suggeriti dal diavolo abbiamo un esempio nel Vangelo di s. Giovanni: « Terminata la cena, il diavolo aveva già messo nel cuore di Giuda Iscariota, il proposito di tradire il Signore » [52]. E ancora: « Dopo quel boccone, Satana entrò in lui » [53]. Anche s. Pietro esprime lo stesso concetto, quando, nel rimprovero mosso ad Anania, dice: « Perché Satana ha tentato il tuo cuore, per farti mentire allo Spirito Santo? » [54]. Al caso nostro fa pure la parola che leggiamo nel Vangelo, ma che già molto prima era stata scritta nell’Ecclesiaste: « Se l’animo del potente si leva contro di te, non abbandonare il tuo posto » [55]. Aggiungiamo anche ciò che dice a Dio — contro Acab — lo spirito immondo nel terzo libro dei Re: « Uscirò e sarò spirito di menzogna sulla bocca di tutti i suoi profeti » [56].

I nostri pensieri vengono da noi stessi ogni volta che ricordiamo — usando le nostre naturali facoltà — ciò che facciamo, facemmo, e udimmo. A questo proposito il beato David dice: « Ripenso ai giorni antichi, e gli anni del passato ho in mente. E vado riflettendo la notte in cuor mio, e medito e scruto il mio spirito » [57]. E altrove: « Il Signore sa che i pensieri degli uomini sono vani » [58]. E ancora: « I pensieri dei giusti sono l’equità » [59]. Nel Vangelo, infine, il Signore dice ai farisei: « Perché pensate male nei vostri cuori? » [60].

 

XX - Modo di distinguere i pensieri, preso dall’arte dell’abile banchiere

Dobbiamo sempre fare attenzione alla fonte da cui derivano i nostri pensieri, per applicare a tutti quelli che ci nascono in mente un sagace discernimento. Dobbiamo innanzi tutto ricercare l’origine, la causa, l’autore, per decidere — secondo il merito di chi ce li suggerisce — il trattamento da usare. Così diventeremo, come ci consiglia nostro Signore, abili banchieri [61].

La scienza e la perizia dei banchieri si mostrano nel distinguere l’oro purissimo — detto volgarmente obrizio — da altro oro che non sia stato sufficientemente depurato nel crogiuolo. Se un vile pezzo di metallo si ammanta del colore dell’oro e imita una moneta preziosa, l’occhio espertissimo dei banchieri non si lascia trarre in inganno. Costoro non soltanto sanno riconoscere le monete dal volto dei monarchi in esse impresso, ma, dotati come sono di penetrantissima oculatezza, arrivano a riconoscere anche le monete che, pur essendo marcate dall’impronta del legittimo sovrano, sono tuttavia una contraffazione. Talvolta, poi, per meglio assicurarsi che nulla manca al giusto peso di una moneta, i banchieri consultano anche la bilancia.

Queste stesse premure noi dobbiamo averle nella vita spirituale, come ci dimostra il Vangelo quando propone il banchiere a nostro modello. Ecco dunque il primo dovere: qualunque pensiero sia penetrato nel nostro cuore, qualunque regola di vita ci sia stata suggerita, dobbiamo domandarci se venga dal fuoco puro e purificante dello Spirito Santo, o dalla superstizione giudaica, o dalla orgogliosa filosofia del mondo. Dobbiamo anche osservare se la pietà che certi pensieri mostrano è reale o apparente. E potremo ben compiere questo dovere di selezione se metteremo in pratica il consiglio dell’Apostolo: « Non vogliate credere ad ogni spirito, ma provate gli spiriti per accertarvi se son da Dio » [62].

In un tranello di tal genere sono caduti coloro che, dopo aver fatto professione di vita solitaria, si son lasciati sedurre dallo splendore di un linguaggio elegante e dalle massime dei filosofi, le quali — a prima vista — apparivano pie e conformi alla religione. Sì, quelle massime avevano certamente il bagliore dell’oro, ma era un bagliore ingannevole; infatti coloro che si lasciarono adescare dal loro aspetto si trovarono per sempre miseri e nudi, come gente ingannata da una falsa moneta. Proprio da quelle massime molti solitari furono risospinti nello strepito del mondo, o furono attratti verso l’errore degli eretici, oppure a pensieri d’orgoglio. Una sorte consimile era toccata ad Acoz, secondo quanto leggiamo nel libro di Giosuè. Egli desiderò ardentemente una lamina d’oro proveniente dall’accampamento dei Filistei, e la rubò; ma questo gesto gli meritò di esser colpito d’anatema e d’esser condannato alla morte eterna [63].

In secondo luogo bisognerà guardare di non permettere che una errata interpretazione della sacra Scrittura — simile a marchio falso impresso in oro genuino — ci tragga in inganno. In tal senso, quel maestro d’astuzia che è il demonio, tentò d’ingannare anche il Signore, come se avesse avuto a che fare con un semplice uomo. Certe parole del libro sacro, che si riferiscono genericamente ai giusti, furono alterate dal maligno con interpretazione malevola e applicate principalmente a colui che, unico, non ha bisogno della custodia degli angeli. Disse infatti Satana: « Se tu sei figlio di Dio, gettati di qui, perché sta scritto: Egli ha dato per te ordine ai suoi angeli, i quali ti sosterranno nelle loro mani, affinché il tuo piede non urti contro la pietra » [64]. Così dicendo il mentitore adulterava maliziosamente le parole della sacra Scrittura, che stravolgeva a un senso dannoso e contrario al vero, allo scopo di nascondere il suo volto odioso di tiranno, sotto le fallaci apparenze dell’oro. Altre volte Satana cerca d’ingannarci con monete falsificate: cerca di farci compiere qualche opera di pietà che — per non essere approvata dalla consuetudine — conduce al vizio, sotto apparenza di virtù. Sono esempi di questo genere d’inganno: i digiuni senza regola e fuori tempo, le veglie eccessive, le preghiere disordinate, le letture fuori posto: tutte cose di cui il demonio si serve per farci fare una brutta fine. Ci suggerisce ancora di intrometterci negli affari, di far visite per motivi di carità, ma il fine vero è quello di tirarci fuori dalla santa clausura del monastero e dal segreto di una pace amica. Talvolta ci spinge a occuparci di donne consacrate a Dio e prive d’appoggio; così distoglie i poveri monaci dal loro vero scopo, dopo averli avvolti in una rete inestricabile di preoccupazioni pericolose. Può anche spingerci a desiderare le occupazioni — peraltro sante — che son proprie dei sacerdoti; e ciò fa sotto il pretesto di giovare a molte anime e di conquistarle a Dio. Ma il fine vero è di strapparci, con questo mezzo, all’umiltà e all’austerità della nostra vita.

Tutte queste opere, pur essendo contrarie alla nostra salute, al nostro sistema di vita, riescono facilmente a ingannare i semplici e gl’incauti, dato che si ammantano di un certo velo di pietà religiosa. A guisa di monete che imitano l’immagine del legittimo sovrano, quelle opere — a prima vista — sembrano ottime, ma non vengono dal palazzo della zecca e dai coniatori approvati, vale a dire: non vengono dai Padri approvati e cattolici. Sono perciò monete fabbricate segretamente, con la frode dei demoni, ed entrano in circolazione con grande danno degli imprudenti e degli ignoranti.

Ammettiamo pure che le opere possano avere un aspetto di utilità: tuttavia, se contrastano con la nostra professione e mettono in pericolo l’essenza stessa della vita monastica, dobbiamo troncarle e gettarle lontano da noi, come si farebbe con un membro del nostro corpo (per esempio una mano o un piede) che fosse diventato causa d’infezione mortale per tutte le altre membra. È preferibile avere un membro di meno (nel caso nostro rinunciare a compiere un’opera di pietà) ma restar sani nel resto ed entrar deboli nel regno dei cieli, piuttosto che cadere in qualche scandalo per aver voluto fare tutto.

Da una caduta ci potrebbe derivare una mala abitudine, la mala abitudine potrebbe staccarci dalla regola di austerità e dai propositi abbracciati; alla fine — incapaci ormai di riprenderci — noi potremmo vedere tutti i nostri passati meriti e tutte le opere della nostra vita, diventar preda del fuoco d’inferno [65]. Di simili illusioni parla elegantemente anche il libro dei Proverbi: « V’è una strada che pare all’uomo diritta, ma i suoi estremi conducono alla morte » [66]. E ancora: « Il maligno nuoce quando si unisce al giusto », che vuol dire: il diavolo inganna quando si ammanta di apparenze sante. « Egli odia la parola che ammonisce » [67], odia cioè il senso della discrezione che deriva dalle parole e dagli ammonimenti degli anziani.

 

XXI - Illusione in cui cadde l'abate Giovanni

In questo modo fu ingannato, non molto tempo fa, l’abate Giovanni, che abita a Lieo. Con un corpo già malandato e cadente, costui volle prolungare il digiuno per due giorni di seguito, ma il terzo giorno, mentre si accingeva a prendere il cibo consueto, gli si presentò il diavolo, sotto le apparenze di un etiope mostruoso, e, gettandosi ai suoi piedi, disse: « Perdonami, perché sono stato io a farti fare questo digiuno ». Allora quel buon uomo, già tanto progredito nella via della perfezione, capì che il diavolo lo aveva ingannato servendosi di una astinenza fuori posto: una astinenza che aveva portato fatica inutile al corpo già esausto e danno spirituale all’anima. Egli era stato tratto in inganno con una falsa moneta: aveva onorato in essa l’immagine del vero re, ma non aveva osservato se il conio fosse autentico.

Dobbiamo ora parlare dell’ultima operazione di un abile banchiere, che consiste, come abbiamo già detto, nel verificare il peso. Ecco come si deve procedere. Se ci viene l’idea di fare qualcosa, bisogna prima pensarci ponderatamente, poi mettere quell’idea sulla bilancia del nostro cuore e soppesarla con rigorosa esattezza. Vedremo allora se il nostro proposito è conforme alla comune onestà, se è di giusto peso in relazione al santo timor di Dio, se è puro nel sentimento che lo ispira. Vedremo dall’altro lato se lo fa meschino una ostentazione umana, o il desiderio di affettare novità, o se la vanagloria non gli tolga il giusto peso. La nostra « pesa » si farà prendendo come regola una bilancia verificata e approvata; vale a dire: noi confronteremo i nostri progetti con la vita e gl’insegnamenti dei Profeti e degli Apostoli. Se nel confronto i nostri progetti si riveleranno integri, puri e di buon peso, li terremo; se invece appariranno difettosi, dannosi, lontani dal giusto peso, li rifiuteremo con assoluta prontezza.

 

XXII - Le quattro specie del discernimento

Quattro forme di discernimento sono per noi necessarie. Prima si tratta di giudicare la materia e sapere se è oro vero o falso. Poi dobbiamo rifiutare come monete false i pensieri che simulano apparenze di pietà; quei pensieri portano certamente l’immagine del re, ma non sono moneta di conio autentico.

Dovremo in terzo luogo rifiutare quelle monete che portano impresso — sull’oro prezioso delle sante Scritture — un senso eretico e falso: in questo caso non si ha più l’effige del re legittimo, ma quella dell’usurpatore. Infine dovremo rifiutare come monete leggere, dannose, inferiori al peso, i pensieri intaccati dalla ruggine della vanità, sprovvisti del peso e valore richiesto, perché non conformi alle regole degli anziani.

In tal modo noi eviteremo il pericolo dal quale ci mette in guardia il Signore, e non perderemo né il merito né la ricompensa delle nostre fatiche: « Non accumulate tesori sulla terra, ove la ruggine e il tarlo li consumano, e dove i ladri li dissotterrano e li rubano » [68].

Tutto ciò che facciamo per acquistar gloria davanti agli uomini è — secondo la parola del Signore — un tesoro accumulato sulla terra. È un tesoro nascosto che i demoni troveranno, che la ruggine della vanagloria roderà, che le tignole della superbia divoreranno, senza che apporti qualche utilità a colui che lo ha sotterrato.

Dobbiamo perciò scrutare le profondità del nostro cuore e osservare attentamente le orme dei pensieri che vi entrano, perché non avvenga che qualche mostro spirituale — leone o dragone che sia — lasci in noi i segni funesti del suo passaggio. Se non veglieremo sopra i nostri pensieri, le vie del nostro santuario interiore saranno percorse da mostri d’ogni specie. Se invece lavoreremo, ogni ora e ogni momento, il campo del nostro cuore con l’aratro evangelico, vale a dire col ricordo continuo della croce del Signore, potremo distruggere il covo delle bestie feroci e i nascondigli dei serpenti velenosi.

 

XXIII - Il discorso del maestro di spirito risponde al merito di chi lo ascolta

Il vecchio abate, vedendoci incantati al suo dire ed accesi di un insaziabile ardore, vinto d’ammirazione dinanzi al nostro desiderio, s’interruppe un poco. Poi riprese: la vostra attenzione, cari figlioli, mi ha spinto a parlarvi così a lungo; vi assicuro che un fuoco misterioso dà alla mia conferenza un fervore insolito proprio a causa del vostro desiderio. Ma per meglio convincermi che avete sete di conoscere la scienza della perfezione, voglio ancora brevemente intrattenervi sull’eccellenza e la bellezza della discrezione, la quale tiene il posto di comando fra tutte le virtù. Voglio dimostrarvi la sua preziosità e utilità, non solo con esempi di quotidiana esperienza, ma anche col ripetervi le antiche sentenze dei nostri Padri.

Ora mi viene in mente che molte volte, altri visitatori mi hanno chiesto con lacrime e gemiti di trattare questo argomento, ma io non sono mai stato capace di farlo: mi mancavano le idee e anche le parole. Così mi trovavo costretto a rimandare quei visitatori senza aver detto niente che li consolasse un poco. Ora però — da quanto provo in vostra presenza — capisco che la grazia del Signore ispira colui che parla, secondo il desiderio e il merito di chi lo ascolta. Ma questa breve parte della notte che ancora ci resta, non consentirebbe di portare a termine il mio discorso; sarà dunque meglio concedere questo tempo al riposo, molto più che il corpo chiede quel che non gli è dovuto, quando gli si rifiuta quel poco a cui ha diritto. Noi rimanderemo a domani, o alla notte prossima, l’esame e l’esposizione completa del nostro argomento. È giusto infatti che il maestro desideroso d’insegnare la discrezione dia prova della sua sapienza incominciando a praticare la virtù che vuole insegnare. Se non fa così, egli si mette a trattare di una virtù, che è madre della misura e dell’equilibrio, standosene come immerso nel vizio contrario. E ciò non va bene: sarebbe un distruggere con i fatti quel che si esalta con le parole.

La virtù della discrezione, della quale con l’aiuto di Dio intendiamo continuare lo studio, ci assista fin d’ora e non ci permetta di oltrepassare i limiti del tempo e del discorso, mentre parliamo di lei e del suo primo frutto che è il senso della misura.

A questo punto il venerabile Mosè pose fine alla sua conferenza, esortando noi — avidi di ascoltarlo e quasi pendenti dalle sue labbra — a gustare un po’ di sonno. C’invitò a distenderci sulle stesse stuoie sulle quali stavamo seduti e ci dette per guanciali gli embrìmi, che sono fatti con grossi papiri raccolti in fasci lunghi e sottili, legati poi a intervalli di un piede e mezzo. Gli embrìmi formano sedili bassissimi di cui si servono i monaci quando vanno alla refezione; messi anche sotto la testa di chi vuol dormire, fanno un guanciale non troppo duro e abbastanza comodo. Sono insomma mirabilmente adatti ai vari usi monastici e hanno il vantaggio di non chiedere né fatica, né spesa, perché si fanno con papiro che cresce dappertutto in riva al Nilo. Sono anche facili a trasportarsi, data la loro leggerezza.

Così — dietro il consiglio del vecchio abate — ci disponemmo a gustare un po’ di riposo. Non desideravamo però che il sonno venisse, tanto eravamo infiammati della conferenza ascoltata ed ansiosi di quella che ci era stata promessa.



[1] D’ora in avanti Cassiano distinguerà frequentemente tra «fine » e « scopo » della vita monastica. Per noi quei due termini sono diventati sinonimi, ma per gli antichi non era così. Il « fine » rappresentava il punto ultimo a cui si voleva arrivare, lo « scopo » era un passaggio obbligato per giungere al fine.

La parola « scopo » deriva dal greco e vuol dire « bersaglio »: in questo senso la usa spesso Cassiano. Per conoscere quale differenza egli trovi tra i due termini, gioverà fare attenzione all’esempio dell’arciere che colpisce i segni dipinti sopra uno scudo. Quando la freccia è stata centrata sopra un determinato segno, l’arciere riceve il premio corrispondente. Così è nella vita monastica. Il monaco fa centro sopra una virtù (= scopo) e riceve il premio corrispondente (= fine).

[2] Rom. 6, 22.

[3] Fil. 3, 13-14.

[4] 1 Cor 13,3

[5] Lc. 10, 40.

[6] Lc. 10, 41-42.

[7] Mt. 25, 34-35.

[8] Mt. 10, 42.

[9] Gal. 5, 17.

[10] 1 Cor. 15, 53.

[11] 1 Cor. 15, 44.

[12] 1 Tim. 4, 8. 

[13] Mt. 5, 8.

[14] 1 Cor. 13, 8 ss. 

[15] Lc. 17, 20-21.

[16] Rom. 14, 17.

[17] Is. 65, 17-18.

[18] Is. 51, 3; 66, 23

[19] Is. 35, 10.

[20] Is. 60, 17-20.

[21] Rom. 14, 17.

[22] Gv. 16, 20.

[23] Lc. 6, 25.

[24] Lc. 19, 19.

[25] Mt. 19, 28.

[26] 1 Cor. 15, 28.

[27] Gv. 12, 26.

[28] Sal. 113, 17-18.

[29] Sal. 6, 6.

[30] 1 Tim. 5, 6.

[31] Dan. 3, 86.

[32] Sal. 150, 6.

[33] Apoc. 6, 9-10.

[34] Mt. 22, 31-32.

[35] Ebr. 11, 16.

[36] Lc. 16, 18 ss.

[37] Lc. 23, 43.

[38] Gv. 3, 13.

[39] 1 Cor. 11, 7; Col. 3, 10.

[40] Fil. 1, 23; 1 Cor. 5, 6.

[41] 2 Cor. 5, 8-9.

[42] Ebr. 12, 22-23.

[43] Ebr. 12, 9.

[44] Es. 33, 20.

[45] Mt. 6, 21.

[46] Est. 6, 1 ss.

[47] Sal. 84, 9.

[48] Zac. 1, 14.

[49] Gv. 14, 23.

[50] Mt. 10, 20.

[51] 2 Cor. 13, 3

[52] Gv. 13, 2.

[53] Gv. 13, 27.

[54] At. 5, 3.

[55] Ec. 10, 4; Alcuni manoscritti non hanno le parole « leggiamo nel Vangelo », infatti nessun luogo del Vangelo riporta questa sentenza dell’Ecclesiaste. Si è tentato da qualche parte di spiegare questo passo dicendo che si tratta di una citazione a senso e si è rimandato il lettore a san Matteo 5, 25: « Mettiti d’accordo col tuo avversario mentre te ne vai con lui per via ». La spiegazione non pare, però, convincente. Oltre a ciò va pure notato che la stessa citazione dell’Ecclesiaste appare non pertinente all’argomento qui trattato.

[56] III Re 22, 22.

[57] Sal. 76, 6-7.

[58] Sal. 93, 11.

[59] Prov. 12, 5.

[60] Mt. 9, 4.

[61] II termine corrispondente a « banchiere », nell’originale è « trapezita » Si tratta di un vocabolo greco che acquistò diritto di cittadinanza nella lingua latina al tempo di Plinio. Anzi fu proprio Plinio a dare al termine « trapezita » il significato tanto caro a Cassiano di abile discernitore della moneta falsa da quella vera. Nello stesso significato usato da Plinio e da Cassiano, « trapezita » si ritrova presso Origene (1. 19 in Iob.), Clemente Alessandrino (Stromata, 1 in fine), san Girolamo (in Epist. ad Ebr. c. 4), sant’Ambrogio (in Lucam c. 1), nelle « Costituzioni Apostoliche » (1. 2, c. 21).

Quel che più meraviglia, nel testo di Cassiano, è sentire che l’esempio del « trapelata » sarebbe stato proposto dal Vangelo. Nessuno dei quattro Vangeli contiene un accenno del genere, perciò si può ritenere che il nostro autore ha citato da un apocrifo; precisamente il Vangelo « Secundum Hebraeos ». Probabilmente Cassiano era convinto di valersi d’un Vangelo autentico, ingannato dal fatto che autori antichissimi, come Ignazio martire, Clemente romano, e Origene, avevano introdotto nei loro scritti qualche passo di quello stesso Vangelo (cfr. san Girolamo in « Catalogo degli Scrittori Ecclesiastici »). C’è di più: lo stesso san Girolamo, pur affermando che si trattava di un apocrifo, citò il « Vangelo secondo gli Ebrei » nel commento al c. 40 d’Isaia (n. d. t.).

[62] 1 Gv. 4, 1.

[63] Gios. 7. Qui Cassiano s’inganna: il libro di Giosuè parla di Acan e non di Acoz. Oltre a ciò va pure rilevato che il testo sacro accenna a una pena di morte, ma non di morte eterna, che è cosa assai diversa (n. d. t.).

[64] Mt. 4, 6; Sal. 90, 11-12.

[65] Mt. 18, 8.

[66] Prov. 16, 25.

[67] Prov. 11, 15 (LXX).

[68] Mt. 6, 19.


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28 febbraio 2018                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net