LE CONFERENZE SPIRITUALI

di GIOVANNI CASSIANO

4.a CONFERENZA

CONFERENZA DELL'ABATE DANIELE

LA CONCUPISCENZA CARNALE E SPIRITUALE


Estratto da “Giovanni Cassiano – Conferenze spirituali” – Edizioni Paoline 1965


 

Indice dei Capitoli

I - Vita dell’abate Daniele; -
II - Domanda: come avviene l’improvviso passaggio da una gioia ineffabile a una nera tristezza?;
III - Risposta alla domanda precedente;
IV - Doppia spiegazione della condotta di Dio in questa prova;
V - Il nostro impegno e la nostra industria non possono nulla senza l’aiuto di Dio;
VI - È utile per noi essere qualche volta abbandonati da Dio;
VII - Utilità di quel combattimento che l’Apostolo chiama « lotta tra carne e spirito »;
VIII - Domanda: perché l’Apostolo, nel testo citato, dopo aver presentato la carne e lo spirito in lotta tra loro, parla in terzo luogo della libertà?;
IX - Risposta: saper interrogare è segno d’intelligenza;
X - La parola « carne » non è usata univocamente;
XI - Che cosa significa « carne » per san Paolo, e che cosa sia la concupiscenza della carne;
XII - Che cosa sia la volontà che vien situata tra la concupiscenza della carne e quella dello spirito;
XIII - Utilità della lentezza che nasce dalla lotta tra carne e spirito;
XIV - Malizia incorreggibile degli spiriti malvagi;
XV - In che cosa ci giova la concupiscenza della carne contro lo spirito;
XVI - Le nostre cadute sarebbero più miserevoli se gli impulsi della carne non fossero tanto umilianti;
XVII - Tiepidezza di coloro che son casti per difetto naturale;
XVIII - Domanda: quale differenza passa tra un uomo carnale e uno spirituale?;
XIX - Risposta sul triplice stato delle anime;
XX - Coloro che hanno mal rinunciato al mondo;
XXI - Coloro che, dopo aver lasciato le cose grandi, si fanno dominare da quelle piccole.

 

I - Vita dell’abate Daniele

Tra gli eroi della filosofia cristiana, da noi visitati nel deserto, ci fu anche l’abate Daniele. In nessuna virtù egli era inferiore agli altri santi uomini che abitavano l’eremo di Scito, però si distingueva fra tutti per la grazia dell’umiltà.

Una particolare nota di purezza e di mansuetudine gli aveva meritato che l’abate Panuzio, unico prete di quella solitudine, lo eleggesse all’ufficio di diacono, preferendolo in ciò a molti altri più anziani di lui.

Il vecchio Panuzio si rallegrava tanto della virtù di Daniele che, vedendolo pari a sé nei meriti e nel metodo di vita, desiderava farlo pari a sé anche nella dignità del sacerdozio. Perciò, mal sopportando di vederlo rimanere troppo a lungo in un grado inferiore, e desideroso com’era di provvedersi in lui un successore degnissimo, lo promosse al grado sacerdotale. Daniele però, senza nulla perdere della sua abituale umiltà, finché visse Panuzio mai esercitò l’ordine sacerdotale al quale era stato elevato: continuò a fare il suo ufficio di diacono, mentre il suo maestro offriva le ostie spirituali. L’abate Panuzio, quantunque fosse un uomo tanto santo da meritare talvolta la grazia di conoscere il futuro, in questo caso vide riuscir vana la sua elezione e la sua speranza. Non molto tempo più tardi, infatti, colui che s’era scelto come successore morì e se ne andò a Dio prima del vecchio maestro.

 

II - Domanda: come avviene l’improvviso passaggio da una gioia ineffabile a una nera tristezza?

Al beato Daniele noi domandammo come mai qualche volta, mentre ce ne stiamo ritirati nella nostra celletta, sentiamo il nostro cuore riempirsi di un piacere ineffabile e di sentimenti elevati che traboccano da ogni parte, tanto che non si trovano parole per dire un tale stato, e la mente stessa è incapace a capirlo. La preghiera in quei momenti è pura e facile, l’anima abbonda di frutti spirituali, sente che le sue preghiere (continuate anche nello stato di dormiveglia) giungono lievi ed accette fino a Dio.

Poi, all’improvviso e senza motivo alcuno, accade che ci sentiamo pieni d’angoscia e di una tristezza della quale non si sa dare spiegazione. La sorgente delle esperienze spirituali s’inaridisce, la cella ci diventa insopportabile, la lettura divina produce nausea, la preghiera si fa instabile e vacillante come se fosse ubriaca.

Piombati in questa condizione, noi gemiamo e ci sforziamo di condurre l’anima nostra alla sua prima direzione, ma tutti gli sforzi son vani. Quanto più ci studiamo di ritornare alla contemplazione divina, tanto più la mente si smarrisce nei suoi vagabondaggi. Siamo caduti nella sterilità: né il desiderio del cielo, né il timore dell’inferno possono svegliarci da questo sonno di morte.

Il venerabile Daniele ci rispose.

 

III - Risposta dia domanda precedente

I nostri Padri hanno indicato tre ragioni per spiegare la sterilità della quale voi state trattando: essa può derivare dalla nostra negligenza, da una tentazione del demonio, da una prova mandataci da Dio.

L’aridità può venire dalla negligenza. Per nostra colpa noi, in passato, abbiamo agito senza vigilanza e senza impegno, per una malaugurata pigrizia ci siamo nutriti di cattivi pensieri, facendo così germogliare nel campo del nostro cuore triboli e spine. In conseguenza di ciò siamo diventati sterili, completamente privi di frutti spirituali e di contemplazione.

La sterilità può venire anche da tentazione del demonio. Talvolta, mentre siamo tutti occupati in santi desideri, il nostro scaltro nemico s’insinua nell’anima e, senza che noi lo sappiamo e lo vogliamo, ci distrae dai pensieri più nobili e alti.

 

IV - Doppia spiegazione della condotta di Dio in questa prova

La prova ci viene talvolta da Dio, il quale agisce così per due ragioni. Ecco la prima. Trovandoci abbandonati dal Signore per un certo tempo e considerando umilmente la nostra fragilità, non ci insuperbiremo della purezza di cuore con la quale Dio ci aveva ornati durante la sua visita precedente. Accorgendoci inoltre, mentre stiamo in questo abbandono, che i gemiti e gli sforzi non bastano a farci riconquistare il nostro primo stato di gioia e di purezza, comprenderemo che la nostra contentezza passata non era frutto del nostro zelo, ma dono della divina misericordia. Ci convinceremo infine che quel dono dobbiamo chiederlo a Dio, fonte di grazia e di luce.

L’altro motivo per cui Dio manda l’aridità di spirito è che egli vuol mettere alla prova la perseveranza, la costanza, il desiderio dell’anima nostra: vuol farci capire con quale ardore e con quale perseveranza nella preghiera dobbiamo chiedergli il ritorno dello Spirito Santo, dopo che si è partito da noi. Vuole insomma - col farci sperimentare quanto costa riacquistare la gioia spirituale e 1’allegrezza della purità - insegnarci a difendere quei tesori con cura più attenta, prima di farceli strappare; vuole anche insegnarci a conservarli con maggior studio, dopo che li avremo ritrovati. Noi infatti siamo portati a custodire con minor diligenza ciò che pensiamo di poter riavere con maggior facilità.

 

V - Il nostro impegno e la nostra industria non possono nulla senza l’aiuto di Dio

Tutto quel che abbiamo detto prova con evidenza che sono la grazia e la misericordia di Dio ad operare in noi ogni bene. Se Dio ci abbandona, a nulla valgono le nostre fatiche e i nostri sforzi. Per quanti sforzi facciamo, non potremo riprodurre lo stato antecedente finché Dio non ci doni di nuovo il suo aiuto. Così vediamo avverarsi in noi le parole di s. Paolo che dice: « Non è di chi vuole, né di chi corre, ma di Dio misericordioso » (Rm 9,16).

Ma talvolta avviene che la grazia ci visiti con le sue sante ispirazioni e susciti in noi abbondanza di pensieri spirituali, proprio mentre viviamo sprofondati nella negligenza e nel rilassamento. Allora la grazia ci ispira, anche se siamo indegni, ci sveglia dal sonno, ci illumina nell’accecamento della nostra ignoranza, ci rimprovera e ci castiga con clemenza, si effonde nei nostri cuori, affinché, penetrati dalla compunzione, siamo sollecitati a svegliarci dal torpore della nostra inerzia. Spesso anche accade che in occasione di queste visite della grazia, ci sentiamo improvvisamente inondati da certi profumi che superano in soavità ogni arte umana, cosicché l’anima nostra, come sopraffatta dal piacere, è rapita e trasportata fuori di sé e dimentica di essere ancora unita alla carne.

 

VI - È utile per noi essere qualche volta abbandonati da Dio

Il santo profeta David conobbe così bene l’utilità di questo allontanamento o abbandono da parte di Dio, che nelle sue preghiere non volle mai domandare di esserne completamente liberato: egli sapeva che tale liberazione non sarebbe stata conveniente alla nostra natura, qualunque grado di perfezione essa possa avere raggiunto. Perciò David si limitava a chiedere che Dio mitigasse la sua assenza, e diceva: « Non mi abbandonare interamente » (Sal 118,8). Era come se dicesse: « So che per il bene dei tuoi servi sei solito abbandonarli qualche volta e metterli, così, alla prova; altrimenti, se non fossero da te per un poco abbandonati, il nemico non potrebbe tentarli. Perciò io non ti chiedo di non essere mai abbandonato, che non sarebbe bene per me non poter mai dire, convinto della mia debolezza: buon per me che mi hai umiliato (Sal 118,71), e neppure sarebbe bene che io rimanessi privo di occasioni per esercitarmi nel combattimento. Ed è certo che quella occasione mi mancherebbe se la tua protezione, o Signore, non mi abbandonasse neppure un istante.

« Finché mi vede protetto dalla tua difesa, il demonio non ardirà di tentarmi e ripeterà come un rimprovero, a te e a me, le parole provocatorie che è solito dire contro i tuoi atleti: « Giobbe teme forse Dio senza guadagno? Non hai tu forse recinto tutto intorno con un riparo lui e la sua famiglia e le sue possessioni? » (Gb 1,9-10). Io ti domando, o Signore, di non abbandonarmi completamente, o come dice il testo greco eos sfòdra, che significa: fino all’eccesso. Come infatti è utile che ti allontani per qualche tempo, affinché io possa sperimentare la costanza dei miei desideri, così, sarebbe sommamente dannoso che il tuo abbandono fosse eccessivo e sproporzionato alla gravità dei miei peccati. Nessuna virtù umana, se nella prova resta priva del tuo aiuto, potrà mantenersi costante; dovrà necessariamente soccombere alla forza e all’astuzia del demonio se tu, o Signore, che conosci la debolezza dell’uomo e moderi il combattimento, non impedisci che l’uomo sia tentato al di là delle sue forze e non dai, con la tentazione, anche la via d’uscita, affinché possa sopportarla » (1 Cor 10,13).

Qualche cosa di simile è detto misticamente anche nel libro dei Giudici, a proposito dello sterminio dei popoli che si opponevano ad Israele: quei popoli - ricordiamolo - erano figura dei nostri spirituali nemici: « Sono queste le nazioni che Dio lasciò sopravvivere per mettere alla prova Israele e tutti coloro che non avevan conosciuto le guerre dei Cananei, affinché i figli loro imparassero poi a combattere coi nemici e si abituassero alla guerra » (Gdc 3,1-2). Poco dopo, lo stesso libro aggiunge : « Il Signore li lasciò sopravvivere per mettere alla prova, per loro mezzo, Israele, e per vedere se ascoltasse o no i comandamenti che il Signore aveva dato ai Padri per mezzo di Mosè » (Gdc 3,4).

Dio procurò queste lotte al suo popolo, non già perché avesse invidia della sua pace, o perché gli volesse arrecare dei mali, ma perché sapeva che gli sarebbero tornate utili. Umiliato dai continui attacchi di quei popoli, Israele avrebbe capito di non poter fare a meno dell’aiuto di Dio; anzi, proprio per causa di quegli attacchi sarebbe rimasto costantemente occupato nel pensiero e nell’invocazione di Dio, senza lasciarsi infiacchire dall’ozio, senza dimenticare l’arte della guerra e l’esercizio delle virtù. Spesso infatti quelli che non furono vinti dalle avversità, furono vinti dalla pace e dalla prosperità.

 

VII - Utilità di quel combattimento che l’Apostolo chiama: « lotta tra carne e spirito ».

S. Paolo ci avverte che la battaglia di cui parliamo si combatte - per nostra utilità - nelle stesse membra del nostro corpo: « La carne ha desideri contrari allo spirito e lo spirito li ha contrari alla carne; sono cose opposte fra loro, sicché voi non dovete fare tutto quel che vorreste » (Gal 5,17).

Ecco una guerra penetrata nelle membra del nostro corpo e voluta dalla provvidenza divina. Quando una cosa si ritrova in tutti gli uomini, senza eccezione alcuna, come fare a non giudicarla un attributo divenuto comune a tutta l’umanità dopo la caduta? E come spiegare ciò che si trova innato in tutti, se non ammettendo che lo ha messo in noi il Signore, il quale era mosso nel far ciò dalla volontà di giovarci e non di nuocerci?

La causa di questa guerra fra la carne e lo spirito è spiegata da s. Paolo con queste parole: « affinché non facciate tutto quel che vorreste ». A questo punto io domando: se si avverasse nei fatti quel che Dio ha cercato d’impedire: il fare cioè quel che ci talenta, non è vero che ciò sarebbe un male? E allora in qualche modo è utile questa guerra che per disposizione di Dio sta accesa nel nostro corpo: essa ci sospinge e ci sforza a diventare migliori: se per caso si spegnesse ne seguirebbe certamente una pace dannosa.

 

VIII - Domanda: perché l’Apostolo, nel testo citato, dopo aver presentato la carne e lo spirito in lotta tra loro, parla in terzo luogo della libertà?

Germano - Da quanto è stato detto ci appare già qualche potente sprazzo del pensiero di san Paolo, ma quel pensiero non si mostra ancora in tutta la sua luce: vorremmo perciò che ci fosse dilucidato più a fondo.

Nel passo riferito pare si affermino tre cose: al primo posto la lotta della carne contro lo spirito, al secondo posto la concupiscenza dello spirito contro la carne, al terzo posto è la nostra volontà, che tiene per così dire una posizione intermedia; dì essa si dice: « affinché non facciate tutto quel che vorreste ».

Su questo punto, nonostante ciò che è stato detto, noi conserviamo ancora qualche incertezza, perciò vorremmo - dato che questa conferenza ce ne offre l’occasione - essere illuminati maggiormente.

 

IX - Risposta: saper interrogare è segno d’intelligenza

Daniele - È compito dell’intelligenza conoscere gli aspetti e le grandi linee di ogni questione; è compito della scienza far conoscere quel che prima non si conosceva. Per questo è detto nella sacra Scrittura: « Lo stolto che interroga sarà reputato saggio » (Pr 17,28). È chiaro infatti che colui il quale interroga ignora la sostanza della questione, ma poiché interroga, dimostra di capire che non ha capito; proprio questo in lui sarà stimato sapienza: aver riconosciuto prudentemente quel che non sapeva.

Secondo la vostra divisione sembra che l’Apostolo nomini tre cose: la concupiscenza della carne contro lo spirito, la concupiscenza dello spirito contro la carne, la causa di questo combattimento che consiste - per usare le parole stesse dell’Apostolo - nell’impedirci di fare quel che vorremmo. Ma c’è un quarto elemento che a voi è sfuggito, ed è che noi, da questa lotta, siamo spinti a fare ciò che non vorremmo.

Ecco dunque il nostro compito. Dobbiamo innanzi tutto imparare a conoscere queste due concupiscenze: quella della carne e quella dello spirito; poi esamineremo che cosa sia questa volontà che sta di mezzo fra le due concupiscenze; infine esamineremo quel che non è in potere della nostra volontà.

 

X - La parola "carne” non è usata univocamente

La parola « carne », nella sacra Scrittura, è usata in molti significati. Talvolta indica l’uomo nella sua completezza, come composto d’anima e di corpo, così si dice: « Il Verbo s’è fatto carne » (Gv 1,14), oppure: « Ogni carne vedrà la salute di Dio » (Lc 3,6). Altre volte significa gli uomini peccatori carnali: « Il mio spirito non abiterà nell’uomo sempre, perché egli è carne » (Gen 6,3). Altre volte ancora, « carne » è sinonimo di peccato, come quando si dice: « Voi non siete nella carne, ma nello spirito » (Rm 8,9), oppure: « La carne e il sangue non possederanno il regno di Dio » (1 Cor 15,50), a cui si aggiunge immediatamente: « Né la corruzione può ereditare l’incorruttibilità ». In certi casi la parola « carne » indica discendenza da uno stesso stipite, parentela, come quando è detto: « Ecco, noi siamo tue ossa e tua carne » (2 Sam (2 Re; Vulg.), 5,1). Anche l’Apostolo usa il termine in questo senso: « Se mi avverrà di suscitare l’emulazione della mia carne (=la gente della sua stirpe) e di poterne salvare qualcuno » (Rm 11,14).

Ora bisogna scoprire in quale di questi quattro significati è usato il termine « carne » nel testo che c’interessa.

È chiaro che il primo significato, quello riscontrato nelle parole: « Il Verbo s’è fatto carne » e « Ogni carne vedrà la salvezza di Dio », non può fare al caso nostro. Neppure il secondo significato, quello che sottostà alle parole: « Il mio spirito non rimarrà nell’uomo perché egli è carne », va bene per noi. Nel testo di san Paolo: « La carne ha desideri contro lo spirito e lo spirito ha desideri contro la carne », non s’intende parlare semplicemente ed esclusivamente dell’uomo peccatore, come invece intende il Genesi quando dice: « il mio spirito non rimarrà nell’uomo perché egli è carne ». Inoltre l’Apostolo non parla di una sostanza ma di due attività che si affrontano in uno stesso uomo, sia che vi si trovino contemporaneamente, sia che si succedano col variare dei tempi.

 

XI - Che cosa significa "carne" per san Paolo e che cosa sia la concupiscenza della carne

Quando san Paolo dice « carne », non si deve intendere l’uomo, cioè la sostanza dell’uomo; si deve intendere invece la volontà della carne o i cattivi desideri. Allo stesso modo, quando l’Apostolo dice « spirito », non intende qualcosa di sostanziale, ma indica le aspirazioni buone e spirituali. Questo senso si ritrova chiarissimo nel passo già tante volte citato, purché lo si legga per intero. Eccolo ora fin dal suo inizio: « Io dico: conducetevi secondo lo spirito e non soddisfate i desideri della carne. La carne ha desideri contrari allo spirito e lo spirito li ha contrari alla carne; son cose opposte fra loro, sicché voi non dovete fate tutto quel che vorreste » (Gal 5,16-17).

Siccome questi contrastanti desideri - quelli della carne e quelli dello spirito - coabitano in un solo uomo, ne nasce una guerra intestina che non ha mai tregua.

La concupiscenza della carne si precipita al vizio e si diletta di tutti quei piaceri che riguardano la tranquillità terrestre; la concupiscenza dello spirito si oppone a quei piaceri e tanto desidera dedicarsi ai pensieri delle cose celesti, che vorrebbe liberarsi anche dalle più elementari necessità della carne. Tanto vorrebbe unirsi a Dio da rifiutare al corpo persino quelle cure che la nostra fragilità esige assolutamente. La carne si pasce di lussuria e di libidine, lo spirito non vuole ascoltare neppure i desideri conformi alla natura. Quella ama saziarsi di sonno e riempirsi di cibo, questo vuole tanto impinguarsi di veglie e di digiuni che si mostra insofferente del sonno e del cibo anche nella misura richiesta dalle necessità del vivere. Ad una piace abbondare in tutto, all’altro sembra anche troppo avere ogni giorno una modesta razione di pane. Quella si diletta ad abbellirsi con bagni quotidiani, e desidera essere attorniata da turbe di adulatori; questo gode di un corpo squallido e mal vestito e della sconfinata vastità del deserto, dove può evitare la presenza degli uomini. Quella si pasce con gli onori e le lodi degli uomini, questo si vanta delle ingiurie e delle persecuzioni che gli possono capitare.

 

XII - Che cosa sia la volontà che viene situata tra la concupiscenza della carne e quella dello spirito

Tra le due concupiscenze che la sollecitano, la nostra volontà sceglie e mantiene una vituperevole via di mezzo: non si diletta delle brutture del vizio, ma neppure acconsente ai sacrifici della virtù. Cerca di star lontana dalle passioni della carne, ma non vuol sostenere quelle prove dolorose senza le quali non si possono compiere i desideri dello spirito. Vuol possedere la castità del corpo senza castigare la carne; acquistare la purezza del cuore, senza la pratica delle veglie; essere ricca di virtù, senza rinunziare al piacere della quiete; possedere la grazia della pazienza, senza essere colpita dalla rudezza delle ingiurie; praticare l’umiltà di Cristo, senza patire la perdita degli onori mondani. Vorrebbe, sì, abbracciare la semplicità della religione, ma non perdere per questo gli applausi e le approvazioni degli uomini; vorrebbe professare integralmente la verità, ma senza dispiacere minimamente ad alcuno; in una parola: pretenderebbe assicurarsi i beni eterni, senza rinunciare a quelli presenti.

Una simile volontà non ci acconsentirà mai di raggiungere la vera perfezione; ci indurrà piuttosto in uno stato deplorevole di tiepidezza: ci farà somiglianti a colui che il Signore colpisce col suo rimprovero nell'Apocalisse: ”Io so le tue opere, che non sei né freddo né fervente. Fossi tu freddo oppure fervente! Ma poiché sei tiepido, e non fervente né freddo, sto per vomitarti dalla mia bocca » (Ap 3,15-16).

Rallegriamoci dunque che le guerre insorgenti da ogni parte, tra la carne e lo spirito, rompano il grigiore della nostra tiepidezza! Se, per compiacere alla nostra volontà, ci lasciamo andare un poco verso il rilassamento, subito il pungiglione della carne insorge e ci percuote: i vizi e le passioni non ci permettono di rimanere in quello stato di purezza che tanto ci diletta, ma ci trascinano, per ima via spinosa, verso quella fredda voluttà che ci fa orrore. Se invece, accesi di fervore spirituale e decisi a sopprimere le opere della carne, pensiamo di consacrarci completamente alla pratica della virtù, e ciò senza tener conto della fragilità umana, ecco che la debolezza della carne ci frena e ci richiama dalla nostra dannosa esagerazione.

Nel contrasto tra le due opposte concupiscenze, la volontà dell’anima, che trova ripugnanza ad abbandonarsi completamente ai desideri della carne, ma trova altresì difficile faticare e sudare per osservare la virtù, viene a stabilirsi in un certo stato di equilibrio. Il contrasto tra le due forze opposte allontana l’inclinazione più dannosa e pone in noi una specie di facoltà regolatrice che segna con giusta distinzione i confini tra ciò che è spirituale e ciò che è carnale, senza permettere che l’anima nostra inclini di più a destra, sollecitata dagli ardori eccessivi dello spirito, o a sinistra, incitata dall’aculeo del vizio.

Questa guerra intestina di cui ciascuno di noi è ogni giorno campo di battaglia, ha, come buon risultato, quello di condurci a quel « quarto effetto » di cui sopra parlavamo, a fare cioè anche le cose che non vorremmo, quando siano giovevoli all’anima. E di che si tratta più esplicitamente? Di acquistare la purezza del cuore, non già attraverso l’ozio e la tranquillità ma con la fatica continua e la contrizione dello spirito; di conservare la castità con digiuni severi, nella fame, nella sete, nella vigilanza; di dare al nostro cuore l’orientamento verso Dio per mezzo della lettura divina, le veglie, la preghiera continua, la nuda solitudine del deserto; di conservare la pazienza con la sopportazione delle avversità; di servire il nostro Creatore tra le offese e gli obbrobri; di dir la verità anche a costo di attirarci - se necessario - l’abbandono e l’inimicizia del mondo.

Finché dura nel nostro corpo questa lotta, noi siamo strappati alla pigra sicurezza ed eccitati all’amore della virtù: è così che si stabilisce in noi un giusto equilibrio. La tiepidezza della nostra libera volontà viene ad essere corretta: il suo correttivo è, da una parte, l’ardore dello spirito che la stimola, dall’altra parte, il freddo rigore della carne che fa da contrappeso all’ardore dello spirito. La concupiscenza dello spirito non permette che l’anima sia trascinata verso i vizi sfrenati, la fragilità della carne - a sua volta - non permette che lo spirito si spinga fino ad un desiderio irragionevole della virtù. In tal modo resta impossibile ai vizi d’ogni sorta di pullulare; resta impossibile anche alla nostra malattia capitale, che è la superbia, di manifestarsi e produrre in noi ferite più gravi.

Dalla lotta fra gli opposti nasce l’equilibrio. Si apre così, fra i due eccessi, la via della virtù, saggia e moderata: quella è la via che guida i passi del soldato di Cristo. Se la debolezza della nostra volontà tanto accidiosa, porta l’anima troppo violentemente verso i piaceri della carne, la concupiscenza dello spirito pone un freno, perché lo spirito non sa adattarsi ai vizi del mondo. Ma se il fervore eccessivo d’un cuore esaltato trasporta lo spirito a pratiche impossibili e inopportune, la infermità della carne lo ricondurrà al giusto grado d’intensità. Lo spirito perciò, dopo aver superato lo stato di torpore della volontà, ed aver raggiunto una buona moderazione nel fervore, avanzerà con slancio e con fatica, per la via della perfezione, fattasi ormai sicura e piana.

Qualcosa che fa al caso nostro si legge nel Genesi, là dove è narrata la costruzione della torre di Babele, quando la improvvisa confusione delle lingue pose fine alle bravate sacrileghe ed empie degli uomini. La tremenda concordia della ribellione a Dio, (meglio sarebbe dire la concordia nel danneggiare se stessi con l’attentato alla divina maestà) sarebbe durata chissà quanto se Dio non avesse chiamato gli uomini a miglior consiglio con la confusione delle lingue e il contrasto delle parole. Fu quel benefico disaccordo a rimettere sulla via della salvezza coloro che da una detestabile concordia erano condotti verso la perdizione. La divisione che entrò fra loro li condusse a riconoscere quella fragilità umana che prima, nell’orgoglio della colpevole concordia avevano ignorato.

 

XIII - Utilità della lentezza che nasce dalla lotta tra carne e spirito

Da questo scontro di forze contrarie nasce una lentezza per noi vantaggiosa, un indugio salutare. Mentre la pesantezza del corpo ci ritarda dal compiere quei cattivi pensieri che la mente concepì, accade talvolta che ci assalga il rimorso o si produca in noi un certo miglioramento, per lo più effetto di riflessione e di indugio ad agire. In tal modo avviene che noi ci correggiamo e veniamo a sentimenti migliori per le resistenze che la carne ci ha opposto.

Vediamo invece che coloro i quali non sono ritardati dall’ostacolo della carne nel mandare ad effetto i desideri della volontà - intendo dire i demoni e gli spiriti del male - son decaduti dall’ordine eccelso degli angeli e diventati peggiori degli uomini. In loro, desiderio e possibilità di tradurlo in pratica, stanno ad immediato contatto, e perché l’esecuzione dei malvagi propositi non può subire alcun ritardo, il male che fanno è irrevocabile. Quanto è pronto il loro spirito a pensare il male, altrettanto è pronta la loro natura a farlo; ma la facilità di cui essi godono nel fare tutto quello che vogliono, toglie alla facoltà deliberativa l’occasione d’intervenire per correggere - col suo salutare intervento - il male che era nel pensiero.

 

XIV - Malizia incorreggibile degli spiriti malvagi

La sostanza spirituale, per non essere gravata dalla pesantezza della carne, non ha alcuna scusa da addurre contro i cattivi propositi che nascono in essa. Per questo non le può essere perdonata la sua malignità. Nelle sostanze spirituali il male non è sollecitato - come in noi - dagli assalti della carne, ma è acceso unicamente dalla malizia della volontà perversa. Il loro peccato è quindi senza perdono, il loro male senza rimedio. Siccome la caduta non è stata provocata in loro da una natura terrestre, così non possono ottenere indulgenza o tempo di pentirsi.

Da ciò si deduce chiaramente che la guerra combattuta in ciascuno di noi tra la carne e lo spirito, non solo non è fonte di danno, ma è, al contrario, fonte di non piccola utilità.

 

XV - In che cosa ci giova la concupiscenza della carne contro lo spirito

Il primo vantaggio di questa lotta è che ci convince della nostra pigrizia e della nostra negligenza. A somiglianza di un espertissimo pedagogo, non permette che noi abbiamo mai ad allontanarci dalla via della stretta osservanza e della regolarità. Se per caso la nostra spensieratezza oltrepassa i limiti di serietà prescritta alla nostra condotta, il flagello della tentazione subito ci stimola e d richiama, rimproverandoci, all’austerità che dobbiamo osservare.

Vediamo ora il secondo vantaggio. Il favore della grazia divina ha voluto che la nostra castità rimanesse lungo tempo immune dagli assalti e dagli appetiti della carne. Noi abbiamo incominciato a credere per questo di essere ormai liberati anche dai più innocenti movimenti carnali: ci siamo inorgogliti nel segreto della nostra coscienza, come se non avessimo più da portare il peso di questo corpo corruttibile. Ma ecco che all’improvviso siamo sorpresi da qualche moto carnale, sia pure involontario e non colpevole, che ci abbatte, ci umilia e ci ricorda che siamo dei poveri uomini sottoposti agli stimoli della carne.

Di solito noi ci disinteressiamo, senza neppur provare pentimento, di certi difetti che sono assai più gravi e dannosi di quei fenomeni spontanei che si producono nella sfera sessuale del nostro organismo: ciò perché il vizio della carne ha questo di particolare: ci umilia di più.

Oltre a ciò un esperimento triste di genere carnale risveglia in noi il rimorso anche per altre passioni, delle quali non ci diamo alcun pensiero. L’anima non fa gran caso ai vizi dello spirito, quantunque contragga da quelli le sue vergogne più gravi, ma nel vizio della carne si rende conto con cruda chiarezza che la concupiscenza la macchia d’impurità. Allora si dà premura di correggere la sua negligenza anteriore e si mette in guardia dalla eccessiva fiducia nella castità già per lungo tempo conservata: è bastato infatti che si allontanasse un istante dal Signore, perché tutta la sua castità andasse perduta. In tal modo si convince che non potrà godere il dono della castità senza una grazia particolare di Dio.

Questo è l’insegnamento che ci dà l’esperienza, affinché, se ci preme vivere in una costante integrità di cuore, ci sforziamo senza posa di acquistare la virtù dell’umiltà.

 

XVI - Le nostre cadute sarebbero più miserevoli se gli impulsi della carne non fossero tanto umilianti

L’orgoglio concepito da noi, a causa della castità posseduta, sarebbe il più funesto fra tutti i delitti. Qualunque possa essere la perfezione della nostra castità, se l’accompagneremo con l’orgoglio, non potremo averne alcun giovamento. Ci fanno fede di ciò le potenze del male, delle quali abbiamo fatto menzione più sopra: ad esse le tentazioni della carne erano assolutamente sconosciute, ma la superbia del cuore bastò a precipitarle nel baratro eterno, da quello stato sublime di gloria che occupavano in cielo.

Se la tentazione della carne non venisse ad incuorarci profonda umiltà, ad umiliarci salutarmente, a renderci attenti e ferventi nel purificare anche i vizi dello spirito, noi saremmo irrimediabilmente condannati alla tiepidezza. Privi nel corpo e nello spirito di un indice rivelatore della nostra accidia, non ci daremmo premura di raggiungere il fervore della perfezione, non saremmo neppur fedeli all’esatta osservanza della sobrietà e dell’astinenza.

 

XVII - Tiepidezza di coloro che sono casti per difetto naturale

Coloro che son privi dell’integrità fisica, gli eunuchi, li abbiam visti quasi sempre adagiati nella tiepidezza. Liberi come sono dagli assalti della carne, credono di poter fare a meno della mortificazione corporale e della contrizione del cuore. Infiacchiti da questa sicurezza, non si curano di cercare e di acquistare la purezza del cuore e la liberazione dai vizi dello spirito. Il loro stato, che si distingue da quello carnale, diventa facilmente uno stato animale. Si tratta certamente di un passaggio verso il peggio, perché è un andare dalla freddezza alla tiepidezza, la qual tiepidezza, secondo la parola del Signore nell’Apocalisse, è la cosa più abominevole che esista.

 

XVIII - Domanda: quale differenza passa tra un uomo carnale e uno spirituale?

Germano - Con quel che siete andato dicendo, voi ci avete resa evidente l’utilità del combattimento fra la carne e lo spirito: l’evidenza è tanto grande che quasi ci sembra di toccarla con mano. Ora vi preghiamo di sviluppare l’ultimo vostro accenno e di spiegarci la differenza fra uomo carnale e uomo animale, e la ragione per cui l’uomo animale è peggiore dell’uomo carnale.

 

XIX - Risposta sul triplice stato delle anime

Daniele - Tre sono, secondo la Scrittura, gli stati dell’anima: il primo è lo stato carnale, il secondo animale, il terzo spirituale. Di tutti e tre questi stati parla s. Paolo. Ecco che cosa dice degli uomini carnali: « Vi ho dato del latte a bere, non del cibo solido, perché non eravate ancora in grado di tollerarlo. Ma neanche ora siete in grado, perché siete ancora carnali » (1 Cor 3,2). E aggiunge: « Dal momento che vi sono in voi gelosie e contese, non è egli vero che siete carnali? » (1 Cor 3,3).

Dell’uomo animale l’Apostolo parla in questi termini: « L’uomo animale non capisce le cose dello spirito di Dio: per lui sono stoltezze » (1 Cor 2,14).

E dell’uomo spirituale parla così: « L’uomo spirituale giudica tutto, ed egli non è giudicato da alcuno » (1 Cor 2,15). Ancora: « Voi siete spirituali, correggete questi tali con spirito di mitezza ».

Per mezzo della rinuncia noi abbiamo cessato di essere uomini carnali, ci siamo cioè separati dalla vita secolaresca e abbiamo rotto i rapporti con i disordini della carne. Ora però, animati da santa premura, dobbiamo impegnarci con tutte le nostre forze per passare immediatamente allo stato spirituale, onde non avvenga che, sopravvalutando la rinuncia al mondo e alle opere della carne, ci persuadiamo falsamente di aver raggiunto in un momento la più alta perfezione, facendoci così più fiacchi e più lenti a purificarci dalle altre passioni. Se cadessimo in questa illusione non ci fermeremmo certamente a mezza strada fra lo stato carnale e quello spirituale. Non andremmo verso lo stato più alto, perché convinti che per essere perfetti è sufficiente la separazione esteriore dal mondo e dai suoi piaceri, la liberazione dalle corruttele e dalle imprese della carne; ma neppure rimarremmo fissi in una posizione intermedia. È fuori dubbio che non potremmo evitare di cadere nello stato più temibile in cui possa trovarsi un’anima. Noi cadremmo inevitabilmente nello stato di tiepidezza che è il peggiore di tutti; così non ci resterebbe altro che essere vomitati dalla bocca del Signore, secondo quanto dice egli stesso nell’Apocalisse: « Fossi tu almeno freddo o caldo! Ma sei tiepido, e io sto per vomitarti dalla mia bocca » (Ap 3,15-16).

A buon diritto il Signore dice di voler rigettare con un movimento di ripulsa coloro che, dopo essere stati ricevuti nelle viscere della sua carità, hanno contratto una dannosa tiepidezza. Costoro potevano essere - ci si perdoni l’immagine - un sano nutrimento per il Signore, hanno invece preferito essere violentemente espulsi dal suo cuore. Son divenuti somiglianti al cibo detestabile che lo stomaco rifiuta sotto gli stimoli della nausea: questo cibo è assai peggiore di quello che mai si accostò alle labbra divine.

Il cibo freddo si fa caldo quando penetra nella nostra bocca: noi ce ne nutriamo con piacere e giovamento, ma il cibo rigettato per la sua insopportabile tiepidezza, non possiamo più portarlo alle labbra, anzi non possiamo neppur guardarlo di lontano senza provare un senso di repulsione.

È giusto dunque che l’anima tiepida sia proclamata la peggiore di tutte. L’uomo carnale, vale a dire il mondano o il pagano, per giungere alla vera conversione e per salire alla più alta santità, si troverà sommamente avvantaggiato su colui che ha fatto professione di vita monastica ma non ha abbracciato risolutamente la via della perfezione, né si è conformato alle leggi della disciplina monastica, facendo perciò raffreddare il fuoco del fervore iniziale.

L’uomo carnale sarà salutarmente umiliato dai vizi della carne, si riconoscerà immondo: forse un giorno correrà pentito alla fonte della vera purificazione e salirà poi al culmine della vita perfetta: il disgusto che proverà per lo sta- sto d’infedeltà e freddezza in cui si trova, lo riempirà di santo ardore e gli darà ali per volare più facilmente alla perfezione. Ma colui che fin da principio ha disonorato con la sua tiepidezza il nome di monaco; che ha portato nella sua professione né umiltà né zelo, una volta colpito dal cancro della tiepidezza, sarà da quello corroso; né per volontà propria, né per richiamo fraterno di altri, sarà capace di gustare la perfezione. Egli infatti dice in cuor suo, come ci assicura il Signore: « Sono ricco, sono nell’abbondanza, non ho bisogno di nulla » (Ap 3,17). A lui però vanno anche applicate le parole che seguono: « Tu sei meschino e miserabile e pitocco e cieco e nudo » (Ap 3,17). Egli è peggiore di un uomo mondano perché non ha coscienza della sua miseria, del suo accecamento, della sua nudità: in lui non c’è nulla da correggere; egli non ha bisogno né delle ammonizioni né delle correzioni dei fratelli, perciò non accetta neppure una di quelle parole che potrebbero salvarlo. Non si accorge che il titolo di monaco è per lui un peso che lo schiaccia: la pubblica opinione lo crede santo, gli rende onore come a un servo di Dio: per questo il giudizio e la condanna saranno per lui più gravi.

Ma perché dilungarci su cose che l’esperienza ci ha fin troppo comprovate? Noi abbiamo visto spesso uomini freddi, carnali, cioè mondani o pagani, diventare ferventi e spirituali, mai abbiamo visto verificarsi qualcosa di simile in uomini tiepidi e animali. Leggiamo anzi che il Signore, rappresentato dal suo profeta, tanto detesta i tiepidi da comandare agli uomini spirituali e ai suoi dottori di astenersi dal- l’istruirli e dall’ammonirli. Spargerebbero infatti il seme della parola di vita in terreno sterile e incolto, tutto coperto di acute spine; perciò è meglio allontanarsi da loro e andare a spargere il seme in una terra nuova. In altre parole; è meglio trasferire ai pagani e ai mondani l’insegnamento della dottrina e la seminagione della parola che salva.

« Così dice il Signore agli uomini di Giuda e agli abitanti di Gerusalemme: dissodatevi un campo novale e non seminate sopra le spine » (Ger 4,3).

 

XX - Coloro che hanno mal rinunciato al mondo

Mi vergogno a dirlo, ma tutti vediamo che la più gran parte dei monaci ha rinunciato al mondo in modo tale da far chiaramente conoscere che, dei vizi e della vita passata, ha lasciato soltanto l’apparenza e l’abito esteriore. I nostri monaci si struggono di acquistare ricchezze che prima non avevano, oppure continuano a possedere quelle che prima avevano. Talvolta - e questo è più triste - si dànno pensiero di aumentare le loro ricchezze col pretesto che con quelle hanno da mantenere i loro servi e fratelli [1]. Altra volta si tengono le ricchezze, con la scusa che hanno da fondare una comunità di cenobiti con annesso monastero: perché - non dimentichiamolo! - sono anche così umili da stimarsi predestinati alla carica di abati.

Tutti costoro, se cercassero davvero la via della perfezione, impegnerebbero ogni forza, non solo a liberarsi dalle ricchezze, ma anche a liberarsi dalle vecchie passioni e a sbarazzarsi da ogni preoccupazione mondana. Poi si metterebbero - soli e privi di tutto - sotto la guida degli anziani, senza pretendere di governare gli altri e neppure se stessi. Invece accade esattamente il contrario. Desiderosi come sono di comandare, non si sottomettono mai agli anziani: essi incominciano a edificare la loro vita spirituale sul fondamento della superbia, e mentre vogliono formare i loro confratelli, né imparano né fanno essi stessi quello che pretendono d’insegnare agli altri. È quindi inevitabile che questi ciechi, fatti guide di altri ciechi, vadano insieme a cader nella fossa (Mt 15,14).

L’orgoglio di cui parliamo, nonostante la sua fondamentale unità, ha due specie diverse. La prima mostra al di fuori serietà e gravità, la seconda - nella sua libertà sfrenata - s’abbandona a risa sgangherate e sciocche. La prima specie si diletta del silenzio, l’altra invece mal sopporta il silenzio e non si perita di parlare spesso anche di cose stupide e sconvenienti; ha timore di una cosa sola: di non essere tenuta in gran conto, di non essere stimata dotta. I monaci della prima specie aspirano al sacerdozio per elevarsi, quelli della seconda specie disprezzano il sacerdozio come troppo meschino, in proporzione ai meriti della loro vita e del loro casato.

Di queste due specie d’orgoglio, quale è la peggiore? Ciascuno giudichi a suo piacere. Essenzialmente è un medesimo atto d’insubordinazione quello di chi si dà a un lavoro non concesso e quello di chi si dà all’ozio; è ugualmente riprovevole chi contravviene alle regole del monastero, sia che questo avvenga per vegliare, sia che avvenga per dormire; è ugualmente grave venir meno al comando dell’abate per darsi al sonno o per darsi alla lettura; è atto che parte dalla stessa radice della superbia disprezzare un fratello: sia che lo si disprezzi perché digiuna, sia perché mangia.

C’è semmai da notare che i vizi ammantati con le apparenze della virtù e avvolti in paludamenti spirituali, son più dannosi e più difficili a guarirsi di quelli che hanno come loro evidente origine il piacere della carne. Questi ultimi, somiglianti a malattia che tutti vedono, si manifestano spontaneamente, perciò possono essere facilmente sanati. Invece quei vizi che si nascondono sotto le apparenze della virtù, non sono curati e si radicano più profondamente. Per questo fanno ammalare sempre più gravemente coloro che ne sono colpiti.

 

XX - Coloro che dopo aver lasciato le cose grandi, sì fanno dominare da quelle piccole

Io non saprei come spiegare questo fatto ridicolo: molti hanno lasciato patrimoni e ricchezze ingenti, hanno abbandonato la vita del secolo, si sono ritirati nei monasteri, ma poi, dopo aver perduto l’ardore della prima rinuncia, si sono attaccati fortissimamente a quelle cose insignificanti alle quali non si può rinunciare del tutto, e che si trovano anche presso noi monaci.

L’attaccamento a queste cose da nulla supera la passione che ebbero un tempo per le grandi ricchezze. A costoro non gioverà nulla aver lasciato patrimoni ingenti perché hanno riversato su cose umili e spregevoli quell’affetto al quale intendevano rinunziare quando disprezzarono le prime ricchezze.

Non potendo più esercitare la loro cupidigia e la loro avarizia su cose preziose, la trasferiscono su cose da nulla: e questo dimostra che la loro vecchia passione non è morta: ha solo cambiato oggetto. Presi da esagerata premura per una stuoia, per una sporta, per una bisaccia, per un manoscritto e altre cose simili e di nessun valore, lasciano capire che sono ancora in preda alla vecchia libidine di possesso. Custodiscono e difendono queste inezie con tanto accanimento che per esse non si vergognano d’inquietarsi e perfino di litigare con qualche fratello. Costoro, per essere ancora affetti dalla febbre dell’antica cupidigia, non si accontentano di avere, nello stesso numero e nella stessa misura dei loro fratelli, quegli oggetti che le necessità del corpo rendono necessari anche ai monaci. Dimostrano l’avarizia del loro cuore anche in altro modo: o perché vogliono avere più abbondantemente degli altri gli oggetti necessari, o perché custodiscono quegli stessi oggetti con una diligenza smoderata, con spirito di avidità e di possesso, fino al punto di non permettere che altri tocchino quello che è affidato a loro ma appartiene a tutti. Mostrano di credere che la colpa dell’avarizia risiede tutta e soltanto nella preziosità dei metalli, non nello spirito di cupidigia.

Se non è permesso andare in collera per cose di gran conto, sarà permesso per le cose da nulla? Noi abbiamo lasciato le cose preziose per imparare a disprezzare più facilmente quelle vili. Che un uomo si turbi a causa di cose preziose e belle, o a causa di cose spregevoli, che differenza c’è? Certamente questa: è più degno di biasimo chi si fa schiavo di cose da nulla, dopo aver disprezzato quelle grandi.

La forma di rinuncia da noi lamentata non può ottenere la perfezione del cuore, perché sebbene iscriva il monaco nel catalogo dei poveri, non gli fa perdere la volontà del ricco. 


[1] Non si sa bene a che cosa voglia alludere Cassiano con queste parole. Forse a monaci di alto lignaggio che si facevano servire da qualche confratello.

 


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4 dicembre 2018                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net