LE CONFERENZE SPIRITUALI

di GIOVANNI CASSIANO

 

PREFAZIONE ALLA PRIMA PARTE

AL VESCOVO LEONZIO E AL MONACO ELLADIO


Estratto da “Giovanni Cassiano – Conferenze spirituali” – Edizioni Paoline - 1965


 

Con l'aiuto di Dio, e nonostante la pochezza del mio ingegno, ho mantenuto la promessa che feci al santo vescovo Castore nella prefazione ai dodici libri in cui tratto delle Istituzioni cenobitiche e dei rimedi da opporsi agli otto vizi capitali. Ora sarei curioso di sapere il vostro benevolo giudizio, e quello di Castore, sopra un'opera che tratta argomenti sublimi e profondi, finora mai capitati - così almeno penso - sotto la penna di qualche scrittore. Sarò riuscito a dire qualcosa che fosse degno della vostra attenzione e di quella dei nostri santi fratelli?

Il vescovo Castore, infiammato com'era dal desiderio della perfezione, senza tener conto della mia incapacità a portare un peso sì grande, mi aveva comandato di comporre un'opera simile alla prima in cui dovevo riportare dieci conferenze spirituali tenute dai più grandi Padri del deserto, e precisamente dagli anacoreti che dimoravano nell'eremo di Scito. Ora che Castore ci ha lasciati per andarsene in cielo, io penso di dedicare « Le Conferenze » a voi, venerabile vescovo Leonzio e ottimo fratello Elladio. Il primo di voi merita questo gesto, perché è fratello di Castore nel sangue, nella dignità vescovile e - quel che più conta - perché lo segue nel desiderio della perfezione. L'altro si è messo a seguire la vita sublime degli anacoreti, non già per un superbo capriccio - come taluni fanno - ma dietro impulso del divino Spirito. Così egli s'è incamminato per la via della perfezione prima ancora di averla appresa per scienza, ed ha voluto essere guidato dalle esperienze dei grandi solitari, piuttosto che dalle sue personali inclinazioni.

Io - ancorato ormai nel porto del silenzio - vedo aprirsi dinanzi a me un mare sterminato, mentre mi accingo a tramandare ai posteri la vita e la dottrina di uomini così grandi. La navicella del mio ingegno incontrerà scogli tanto più gravi in quanto la vita anacoretica e contemplativa, di cui quegli uomini inestimabili fanno professione, la vince assai sulla vita cenobitica e ascetica che si esercita nei nostri monasteri. Voi dunque dovrete aiutare il mio difficile lavoro con le vostre preghiere, affinché una materia santa, degna anche di una fedele esposizione, non sia disonorata dalla incapacità della mia lingua, e io non naufraghi in materia tanto profonda.

Dall'aspetto esteriore e visibile della vita monastica di cui mi sono occupato in altri libri passerò ora a trattare la vita interiore e invisibile. Dalla preghiera delle ore canoniche, vengo ora a trattare di quella preghiera continua di cui parla san Paolo (1 Ts 5,17). Per tal modo colui che nella lettura dell'opera precedente si è meritato il nome di Giacobbe secondo lo spirito (Gn 27, 36) (dopo avere estirpato i vizi carnali), ora, attraverso lo studio degli insegnamenti dei Padri del deserto, potrà giungere alla contemplazione della divina purezza, sarà promosso a chiamarsi Israele (Gn. 32,28), imparerà quali doveri son da osservare sulla vetta stessa della perfezione.

La vostra preghiera a quel Dio che mi elargì la vista, la scuola e la compagnia di tanti e ammirabili solitari, mi ottenga la grazia di tenere a memoria e ridire con parole fedeli i loro insegnamenti, cosicché io vi possa presentare quei santi uomini in tutto ciò che santamente e integralmente mi dissero, quasi incarnati nelle loro istruzioni e parlanti in latino, la quale cosa è tutt'altro che facile.

Di una cosa voglio avvertire il lettore di queste « Conferenze », così come avvertii il lettore della mia prima opera: se egli troverà nelle mie pagine alcune cose che gli sembreranno dure o impossibili, in relazione al suo stato o al comune modo di vivere, non misuri quei fatti col suo piccolo metro, ma con la dignità e la santità di coloro che parlano. Non dimentichi che essi desiderarono e proposero a se stessi di vivere sciolti da tutti gli affetti ai parenti carnali e da tutte le occupazioni della terra, quasi fossero morti alla vita del nostro mondo. Faccia anche attenzione ai luoghi nei quali abitarono. Attorniati da una vastissima solitudine, separati dal consorzio umano, arricchiti per questo di illuminazioni soprannaturali, videro e dissero cose che potranno sembrare impossibili a chi - per la sua vita mediocre - manca della loro scienza ed esperienza. Se però qualcuno vuol dare un giudizio più sicuro e vuol provare se le cose qui narrate sono possibili, si affretti ad abbracciare quel metodo di vita col dovuto fervore; allora si accorgerà che le cose stimate prima sovrumane, nonché possibili, sono soavissime.

Ma basta. Affrettiamoci a riferire le « Conferenze » di quei santi uomini e la loro dottrina.


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3 giugno 2016                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net