Per una lettura laica della Bibbia - Silvano Fausti


Per una lettura laica della Bibbia

Silvano Fausti

EDB – ANCORA 2008


Parte seconda


LETTURA DELLA SACRA SCRITTURA

Come leggere la Bibbia

Cos'è la Bibbia

La Bibbia è una piccola biblioteca di libri. Contiene scritti di carattere diverso, narrativo e sapienziale, poetico e profetico, liturgico e giuridico, epistola re e parenetico. I loro redattori/autori sono per lo più sconosciuti. La loro stesura abbraccia l'arco di un millennio, ma recupera tradizioni più antiche e personaggi famosi, spesso ignoti al di fuori di Israele. La Bibbia ha l'unità di un organismo differenziato e articolato: è lo specchio dell'identità di un popolo, per il quale il ricordo di ciò che è stato diventa attesa di ciò che sarà, con la coscienza che il futuro è libera connessione tra una promessa passata e il modo di vivere il presente.

La storia, per chi conosce la Bibbia, è affidata alla responsabilità dell'uomo, fondata su una conoscenza sempre aperta all'ignoto. La conoscenza che si ferma al noto si chiama stupidità e irresponsabilità!

La Bibbia tramanda la storia di un popolo: un tesoro di memorie che gli servono per capirsi e orientarsi nel cammino. I protagonisti sono due, uno visibile e l'altro invisibile: l'uomo e Dio. L'uomo, con il suo desiderio di vita e verità, di libertà e giustizia, sempre in cerca di possibile felicità; e Dio, che nessuno ha mai visto, se non nel volto dell'uomo, sua immagine e somiglianza. I vari personaggi e racconti non sono che le infinite sfaccettature del cuore umano, con le sue grandezze e miserie. Le diverse situazioni, ricche di contraddizioni e sorprese senza fine, sono un'unica commedia, umana e divina. L'occhio punta sempre su ciò che accadrà, senso di ciò che accade, significato pieno di ciò che è accaduto. Però quanto accadrà non è automatico: è lasciato alla nostra responsabilità nei confronti di un passato che ci offre la libertà di un futuro diverso.

Bibbia ebraica e Bibbia cristiana

La Bibbia cristiana consta di 73 scritti, distinti in due gruppi maggiori: l'Antico Testamento con 46 scritti (di cui 24 recepiti anche nel giudaismo e gli altri presi dalla traduzione greca dei Settanta) e il Nuovo Testamento con 27 scritti. La Bibbia cristiana abbraccia quindi l'Antico Testamento e il Nuovo Testamento.

Il Nuovo Testamento è in continuità discontinua con l'Antico Testamento (cf 2Cor 3,6-18), come la nascita nei confronti della gestazione o, meglio, come il figlio nei confronti della madre. Ogni figlio viene dalla madre, ma i due sono distinti, pur avendo lo stesso sangue. Se il tempo dalla promessa al compimento è gestazione e il compimento è il venire alla luce di ciò che è stato promesso, i cristiani si pensano inseriti nel compimento della promessa fatta ad Israele. Israele è madre di tutti i popoli e la Chiesa sua figlia: tutti da lì nasciamo e lì troviamo le nostre sorgenti (Sal 87,6s). Come non è bene abortire, non è per niente bene uccidere la madre.

Gli eventi fondanti del Nuovo Testamento si compendiano nella vicenda di Gesù, raccontata dai Vangeli. Ad essa si rifanno gli altri testi del Nuovo Testamento, anche quelli scritti prima dei Vangeli. . L'Antico Testamento è riferimento necessario per capire Gesù, inconcepibile e incomprensibile al di fuori di esso.

L'Antico Testamento, come già detto, è un articolato e complesso ricordo/racconto del passato per vivere il presente e sperare il futuro alla luce della promessa fatta ad Abramo. Per questo resta aperto a un compimento, di cui si sono fatti portavoce i profeti, autori dei vari libri. Il fedele ebreo ispira ad essi la propria esistenza. Gli scribi, che li commentano, si riferiscono a quanto «sta scritto», in modo da sapere cosa sperare e cosa fare.

Particolarità del Nuovo Testamento: Gesù come svolta definitiva della storia

Nel Nuovo Testamento c'è una svolta: i Vangeli sono ricordo e racconto di Gesù, capito come l'evento definitivo. Con lui inizia il tempo della creazione nuova, della nuova ed eterna alleanza promessa dai profeti. Le prime parole di Gesù, chiave di lettura del Vangelo di Marco, proclamano il passaggio dalla promessa al compimento, dal desiderio al desiderato: «Il tempo è compiuto! Il regno di Dio è giunto! Convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15). Il Vangelo è Gesù stesso, Messia e Figlio di Dio (cf Mc 1,1). Come prima si seguiva la Parola, ora siamo chiamati a seguire lui (Mc 1,16-20). La fede nella Parola ora è fede in lui, Parola stessa di Dio (Gv 1,1), Dio stesso che parla. Per questo l'insegnamento di Gesù non è come quello degli scribi (Mc 1,22), che interpretano cosa «sta scritto». Lui realizza ciò che è scritto: è la Parola che dice.

Anche nel discorso inaugurale del Vangelo di Luca (Lc 4,16-21), Gesù si presenta come colui che compie «oggi» la promessa (Is 61,1-2): proclama «l'anno di grazia», realizzando le condizioni per abitare la terra (cf Lv 25,8ss). Ascoltare e seguire lui significa entrare «oggi» nel sabato, riposo di Dio e compimento della creazione (cf Sal 95,8-11; Eb 3,7-4,11).

Nel discorso sul monte del Vangelo di Matteo, Gesù dice esplicitamente: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento» (Mt 5,17). Il Nuovo Testamento concepisce Gesù come il frutto dell'Antico Testamento. Ogni frutto è della specie dell'albero. Se si taglia la pianta, non c'è alcun frutto.

Il Vangelo di Giovanni presenta Gesù come Parola, Dio stesso, principio, luce e vita di quanto esiste (Gv 1,1ss). È il Figlio, narrazione e ostensione del Padre (Gv 1,18): «Chi ha visto me ha visto il Padre) (Gv 14,9). Il suo primo «segno») è mutare l'acqua in vino: nelle nozze, simbolo del nostro rapporto con Dio, grazie a lui l'acqua della legge diventa il vino dell'amore (Gv 2,1ss).

Gesù è l'evento definitivo di salvezza per l'uomo: gli dà accesso a Dio come Padre. Questo non è un «dogma» che si accetta per fede cieca. È l'esperienza di chi ne ascolta la Parola e la vive, accogliendo il suo Spirito, che è amore. Questo gli cambia la vita: lo fa testimone di lui, il Figlio (At 1,8), rendendolo figlio del Padre (cf Gal 4,4-7; Rm 8,14-17) e fratello di tutti. Gli dà il cuore nuovo e lo spirito nuovo, capace di amare come è amato. È l'alleanza nuova, promessa dai profeti (cf Ger 31,31-34; Ez 36,24-38), che ci fa passare dalla morte alla vita (cf Ez 37,1-14). Infatti l'amore è il compimento della legge (Rm 13,10): è quanto la legge dice, ma non dà.

La prova, che fonda la fede in Gesù come rivelazione definitiva di Dio, è che in lui si realizzano due fatti «unici», sommamente desiderabili, ma assolutamente improducibili dall'uomo.

Il primo è la vittoria sulla morte con la risurrezione del suo corpo (1Cor 15,14.17): egli è «primizia di coloro che sono morti» (1Cor 15,20), «primogenito di coloro che risuscitano dai morti» (Col 1,18), «primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29). Gesù risorto apre alla vita definitiva la matrice della terra. Con lui, risorto dai morti che più non muore (Rom 6,9), è annientato l'ultimo nemico, la morte (1Cor 15,26). E la terra restituisce alla luce tutti i suoi figli che, dopo aver generato, si era rimangiata nelle tenebre.

Il secondo è l'esperienza di essere liberi dal peccato (1Cor 15,17b) - morte dello spirito, frustrazione di ogni desiderio - per condurre una vita nell'amore. Chi incontra il Risorto, diventa come lui, capace di amare: «Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli» (1Gv 3,14). Questa vita nuova, da risorti, è la testimonianza autentica dell'incontro con il Risorto.

Radice della particolarità del Nuovo Testamento: l'incarnazione

Gesù non ha scritto niente. Il cristianesimo non è religione del Libro, composto da qualche uomo sotto ispirazione o dettatura di un qualche Dio. E neppure della Parola, più o meno ispirata dall'alto o dal basso. È piuttosto religione della carne, che capovolge ogni ottica religiosa.

Protagonista dei Vangeli è il corpo di Gesù, nelle sue azioni e passioni. Il suo corpo di figlio dell'uomo è esegesi del Dio invisibile (Gv 1,18). È scrittura, anzi epifania di una Parola inaudita: è Parola diventata carne, che rivela un Dio che è Padre suo e di ogni figlio dell'uomo, suo fratello.

Il Nuovo Testamento non è un insieme di scritti normativi: suo canone è la carne crocifissa di Gesù, che per noi crocifigge il mondo e ogni suo, e nostro, male (cf Gai 6,14). Paolo, il grande teologo del cristianesimo, dichiara di non saper altro che Gesù Cristo, e questi crocifisso (1Cor 2,2). La sua carne è la Scrittura: sopra il crocifisso c'è la didascalia divina, fatta da mano d'uomo, che lo dichiara come Scrittura indelebile, definitiva: «Ciò che ho scritto, ho scritto». Ed è scritta in ebraico, latino e greco (Gv 19,19-22), a confusione di ogni potere religioso, politico e culturale.

I Vangeli, opera di testimoni oculari, sono una trascrizione di questo corpo-scrittura (non è il corpo la scrittura di un'esistenza?), al fine di rendere accessibile ai posteri lo stile di Gesù. È lo stile della croce: una vita d'amore più forte della morte, dove ogni uomo percepisce e vede Dio (Mc 15,39; Mt 27,54), il Giusto (Lc 23,47). Lì tutto è compiuto (Gv 19,30), perché l'amore è principio e fine di tutto.

Gli altri scritti del Nuovo Testamento ne sono spiegazione e attualizzazione. L'Antico Testamento è tale davanti al novum di Gesù: in lui si compie «oggi» ciò che è scritto (Lc 4,21) nella Legge, nei Profeti e nei Salmi (Lc 24,44). Lui vive il comando di amare Dio e il prossimo (Mc 12,30 s; cf Dt 6,5 e Lv 19,18). Il crocifisso è Dio che ama l'uomo con tutto il cuore e l'uomo che ama Dio con tutto il cuore: è il «sì» delle nozze tra Dio e uomo (cf 2Cor 1,20). La relazione con lui ci fa diventare come lui (Gen 3,5), il Santo (Lv 11,44), che è perfetto (Mt 5,48) nell'amore incondizionato (cf Lc 6,36).

L'affermazione che Dio si è fatto uomo (e quale uomo!) è la novità assoluta, a cui corrisponde che l'uomo è fatto Dio (e quale Dio!). Il cristianesimo risulta blasfemo per ogni religione e ha un rispetto assoluto per l'uomo, anche quando sbaglia - il rispetto è la qualità prima dell'amore, quindi di Dio.

Il cristianesimo comporta l'uscita dalla religione, per entrare nella libertà dei figli: è il passaggio dalla legge che condanna allo Spirito che dà vita. Il centro è spostato dalla riverenza dell'uomo per Dio alla riverenza di Dio per l'uomo. Con le conseguenze che ciò comporta.

Dopo questo accenno, che rende conto della peculiarità del Nuovo Testamento all'interno della Bibbia, riprendiamo il filo per vedere i vari livelli di lettura 'e cosa essi producono nel lettore. La Bibbia, come ogni libro, ci conduce per un cammino con tappe e scoperte diverse(sull'argomento mi rifaccio liberamente a Ch. Theobald, Dei Verbum: dopo quarant'anni la rivelazione cristiana, in «il Regno-attualità» n. 22/2004).

Primo livello di lettura

Il primo livello di lettura è mosso da curiosità culturale. La Bibbia è un libro noto: è normale, prima o poi, volerla leggere. Tutti, grazie all'appetito intellettivo, desideriamo sapere cosa dice un testo «classico».

La fame di conoscere è propria dell'uomo: è dotato d'intelligenza per «coltivare e custodire» il giardino affidatogli da Dio (cf Gen 2,15). Prima si parla di «coltivare» e poi di «custodire»: la cultura è miglioramento e mantenimento della natura, quasi un lavoro di «manutenzione» (= tenere in mano), perché espliciti le sue potenzialità, custodendone !'identità. «Coltivare», termine imparentato con «cultura», in ebraico è lo stesso che indica il culto di Dio. A sua volta «custodire» indica anche l'osservanza della legge. Il vero culto a Dio è il nostro lavoro, inteso come continuazione del suo. Come si vede, tra natura e cultura non c'è opposizione. Anzi, l'uomo di sua natura è cultura: è chiamato a sviluppare, sino alla sua forma divina, il seme posto da Dio in ogni particella del creato.

Ogni uomo, dal cacciatore primitivo all'artista raffinato, dal manovale al filosofo, è mosso da interesse culturale: si dà da fare per sviluppare le proprie conoscenze e capacità. Per questo chiunque sa di un libro ritenuto importante, vuole arricchirsi del tesoro che esso contiene.

Leggendo la Bibbia a questo primo livello, come per qualunque testo, ne scopriamo il messaggio. La prima cosa che balza agli occhi è la sua capacità di leggere l'uomo nei suoi desideri profondi di amore, di giustizia e di libertà.

La semplice lettura, fatta senza pregiudizi (anti) confessionali gli opposti coincidono -, presenta una storia attraente, un modo di vivere che colpisce per la sua bellezza. La Bibbia sorprende per la sua capacità di liberare mente e cuore da chiusure e paure: dà come la stura ai sogni più preziosi dell'uomo. Per questo il lettore è invogliato a lasciarsi coinvolgere, per capirne di più.

Ribadiamo che ascoltare o leggere la parola, qualunque sia, comporta essere trasformati da essa, trasfigurati o sfigurati, a seconda della sua bellezza o bruttezza.

Secondo livello di lettura

Coinvolgimento

Se non oppone resistenze, chi entra nel primo, passa al secondo livello di lettura: si lascia coinvolgere e diventa partecipe di ciò che è narrato. È ciò che avviene con qualunque libro interessante.

Ignazio di Loyola racconta nella sua Autobiografia (n. 5-8) che, sia leggendo libri d'amore e d'armi come Amadigi di Caula, sia leggendo la Vita Christi del Cartusiano o il Flos Sanctorum di Jacopo da Varazze, restava comunque «catturato». Anche a lettura finita il testo continuava a lavorare in lui: per ore intere riviveva i racconti in prima persona, con intensità e piacere, immaginandosi nei panni dei protagonisti. Però anche la fantasia, acrobata infaticabile, dopo qualche ora di volteggi si stanca. Così, quando tornava con i piedi a terra, Ignazio si accorgeva che dopo le fantasie cavalleresche cessava il gusto: restava «arido e scontento», a stomaco vuoto, come uno che ha sognato di mangiare. Al contrario, dopo aver immaginato di imitare Cristo o i santi, non cessava il gusto: restava «soddisfatto e allegro», a stomaco pieno, come uno che ha mangiato. Questa prima esperienza sarà il fondamento delle sue considerazioni sul discernimento - un'arte per capire se un desiderio è buono o meno, se darà o meno la felicità che promette. Prima di agire bisogna prevedere, con certa probabilità, il risultato; altrimenti si è irresponsabili e si incorre in pericoli. Nell'afa estiva è bello tuffarsi in piscina. Ma è bene accertarsi prima se l'azzurrino che si vede è acqua cristallina, oppure solo vernice di fondo.

Chi legge con attenzione un testo, spontaneamente osserva le persone - chi sono, cosa fanno e cosa dicono - fino a identificarsi con esse; si coinvolge nella scena, applicando addirittura i cinque sensi: ascolta, guarda, gusta, odora e tocca ciò che lo «tocca». Segue, senza accorgersi, il metodo di contemplazione suggerito da Ignazio di Loyola negli Esercizi Spirituali (cf ad esempio i nn. 102-109; 111-120; 121-125). O meglio, Ignazio fa prendere coscienza di quello che è il modo naturale di accostarsi a un racconto. Ciò che è narrato evoca e fa venire alla luce quanto sta dentro. Il testo che leggo mi conduce nella mia interiorità, illumina siti inesplorati e mostra i miei desideri latenti e inespressi: il racconto li risveglia presentando loro un oggetto appetibile, finora ignoto. L'occhio scopre di vedere quando arriva la luce. Se la ignora, si accontenta delle tenebre. Ignoti nulla cupido.

Un testo mi interessa, alla fin fine, perché ciò che leggo desta e dà forma al desiderio assopito dentro di me. Un testo mi parla nella misura in cui mi apre l'accesso al mio cuore. Lì è il luogo «dove» sono me stesso, nella mia autenticità. Normalmente l'uomo è fuori di sé. La prima domanda rivolta ad Adamo fu: «Dove sei?». Ciò significa che non era più al suo posto. Una persona, che non è al proprio posto, è slogata dentro: è fuori di sé, fuori dal suo luogo naturale. L'esistenza gli fa male, dolorante come un osso fuori posto: si sente estraneo a tutto e a tutti, perché estraneo a sé. Ogni parola bella e buona serve a riportarlo dentro di sé, dove incontra se stesso e l'altro.

Di mano in mano che la lettura procede, si evocano e sedimentano nuove memorie, che si collegano con altre, unificandosi. e crescendo per conto loro. Sia che dormiamo sia che vegliamo, di notte e di giorno, senza sapere come, la Parola è seme che cresce «automaticamente» (cf Mc 4,27): sa ciò che fa. La parola bella e buona fa venire alla luce la nostra identità, nascosta e da sempre desiderata. La parola cattiva e brutta ce la copre sotto una falsa identità, da sempre temuta.

Quando, per un motivo o per l'altro, non si giunge a questo secondo livello di lettura, la Bibbia, come qualunque libro, non interessa e si smette di leggerla. Una lettura interessata, al contrario, porta ad identificarsi con i vari personaggi: fa partecipare alle esperienze che il testo racconta.

Nuova relazione con Gesù

Il Vangelo narra di Gesù e dei suoi discepoli. Chi lo legge, vede ciò che avviene nella loro relazione con lui. Se si lascia coinvolgere, il racconto produce in lui ciò che dice: parla a lui e di lui, offrendogli un nuovo orizzonte di vita in compagnia di Gesù. Se liberamente accetta, diventa suo «discepolo» e impara a essere come lui, Figlio del Padre e fratello di tutti. Ogni parola opera sempre ciò che dice.

Protagonista dei Vangeli è «il corpo» di Gesù, cosa fa e dice, come vive e muore, da dove viene e verso dove va. Questo corpo si rivela come amore e dono assoluto, più forte della stessa morte. È l'«esegesi» di quel Dio che nessuno ha mai visto (Gv 1,18); in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (Col 2,9). La «Parola» che Gesù è - ogni corpo è la parola che ascolta - è la stessa del Padre: «Chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14,9). In lui ogni uomo ritrova la sua verità di figlio uguale al Padre.

«Dove sei?» è la prima parola di Dio all'uomo (Gen 3,9); «dove dimori?» è la prima parola dei discepoli a Gesù (Gv 1,38). Il Maestro dice di'essere via, verità e vita: via alla verità dell'amore (Gv 14,6). In questo amore lui, vita di quanto esiste (Gv 1,3b-4), dimora. Il Vangelo ci porta alla casa perduta, all'amore del Padre, dimora del Figlio. Questo è il nostro luogo naturale, dove ci sentiamo a casa. Ascoltare la Parola del Figlio ci fa conoscere la nostra verità, che da schiavi ci fa «liberi» (8,31s). Così, salvati dall'essere ciò che non siamo, diventiamo ciò che siamo: figli di Dio, uguali al Padre (cf Gv 1,12; 1Gv 3,1).

La relazione con Gesù, mettendo in gioco la verità dell'uomo, interpella la sua libertà. Lui stesso è amore di verità e libertà, verità nella libertà dell'amore e libertà nella verità dell'amore. Nessuno può restare indifferente a lui. La folla anonima, tra cui c'è il lettore/ spettatore, è chiamata a dichiararsi. Lo si accoglie o rifiuta, si diventa suoi amici o nemici, si impara a vivere come lui o si decreta la sua morte.

Solo l'ignoranza della posta in palio può far rifiutare il dono. Ma questa ignoranza sarà vinta da un amore illimitato, che sa portare su di sé rifiuto e uccisione. Per questo sulla croce il dono d'amore diventa incondizionato: «Padre, perdona loro perché non sanno ciò che fanno» (Lc 23,34). La morte di Gesù è rivelazione unica di Dio (Mc 15,39; Mt 27,54). È la theoria, visione di Dio (Lc 23,48) e vita dell'uomo, che scopre di quale amore è amato (cf Gv 3,14-16).

Il racconto della relazione dei vari personaggi con Gesù produce il suo effetto sul lettore. Egli, identificandosi con loro, è invitato a prendere posizione rispetto a Gesù, rivedendo la propria relazione con lui. Questo processo di identificazione si verifica anche in qualunque lettura o spettacolo. L'effetto è diverso a seconda della parola ascoltata o vista. Se è cattiva, produce vuoto e scontentezza; se è buona, soddisfazione e allegria.

Evangelizzazione con il Vangelo

L'evangelizzazione non può esser fatta che con il Vangelo: la lettura integrale di un testo evangelico introduce e accompagna l'avventura della relazione con Gesù. Solo leggendolo si impara a leggerlo e si capisce per esperienza personale il cammino che propone.

Il Vangelo ha una struttura costante: Gesù è il soggetto che fa qualcosa per qualcuno che è privo di quella cosa. Liberà il posseduto, fa servire l'impedito, monda l'immondo, muove gambe paralizzate e mani atrofizzate, sana malati, dà vita a morti, cibo a famelici, udito a sordi, parola a muti e vista a ciechi: restituisce all'uomo la sua umanità, che gli idoli gli avevano succhiato, pezzo a pezzo. Uno realizza l'immagine che ha di sé. Se suo modello è l'idolo, diventa come lui: ha bocca e non parla, occhio e non vede, orecchio e non ode, narice e non odora, mano e non tocca, piede e non cammina (Sal 115,4-8).

La parola, con cui Gesù accompagna i gesti, li qualifica come segni e ne dichiara il significato. I miracolati fanno da specchio al lettore. In essi vede la sua condizione negativa e l'offerta di un esito positivo. La vista dei miracoli libera il suo desiderio di vita piena, alla quale aveva rinunciato perché ritenuta impossibile.

I miracolati sono modelli di desiderio realizzato. La trasformazione che avviene in loro è la stessa che la parola del racconto opera in chi legge: il loro incontro con Gesù diventa quello del lettore. I discepoli sono, come lui, spettatori di quanto avviene negli altri. Mentre vedono e annotano, nasce e cresce in loro una cosa nuova: la relazione con Gesù, sorgente dell'esplosione di vita che sta davanti ai loro occhi. Anche in chi legge capita la medesima cosa.

Cammino

La lettura è un cammino che procede, illuminando zone d'ombra e facendo desiderare cose nuove e belle. La parola lascia tempo per considerare e maturare; invita però, con certa urgenza, al passo successivo. Ma, a differenza di come fanno certi (pseudo) evangelizzatori, rispetta sempre la libertà dell'altro; anzi la libera dalle sue schiavitù, frutto di ignoranze antiche. Ogni racconto fa vedere il punto in cui ci si trova, facendo progredire di un passo rispetto al precedente e aprendo la strada al seguente. Senza mai spingere, ma sempre aspettando con pazienza che la verità ascoltata liberi la libertà.

Per questo, leggendo il Vangelo, non è bene saltare passi o fame un riassunto. Uno potrà scalare velocemente una montagna, ma non può sopprimere un tratto della via o fame una sintesi. Sarebbe un progredire illusorio: crede di volare, quando in realtà sta precipitando.

Il testo, seguito con cura, è un buon capocordata: garantisce contro le cadute, ancorato alla roccia con solide assicurazioni. È bene approfondire un Vangelo alla volta, come si fa una sola via alla volta. Non si possono percorrere insieme quattro vie o cavalcare due cavalli, anche se portano alla stessa meta. Una lettura sinottica può seguire, ma non precedere la lettura di ogni singolo Vangelo. Altrimenti è come spiegare una cosa ignota con altre tre ignote.

Fine lettura

Alla fine della lettura del Vangelo Gesù scompare: condanna, uccisione, sepoltura e risurrezione interrompono la storia di quel corpo.

Ma ormai il lettore ha capito perché è morto: per lo stesso motivo per cui è vissuto. C'è finalmente qualcosa nella vita che vale la vita, un desiderio più forte di ogni paura, una libertà più grande di ogni limite, anche estremo. C'è qualcosa che fa, della stessa morte, il dono totale di sé, atto compiuto d'amore: è l'amore stesso, che non muore mai (1Cor 13,8). Perché Dio, principio e meta di tutto, è amore (1Gv 4,8).

Ciò che il lettore ha acquisito attraversando il testo continua in lui. Cessata la lettura, la Parola/seme è sepolta nel suo cuore. Germoglia e cresce in lui mediante il ri-cordo, ponendolo davanti alla sua verità da sempre desiderata, lasciandogli la responsabilità di decidere liberamente.

Terzo livello di lettura

Qui si apre un terzo livello di lettura. La Parola/seme fruttifica nel cuore di chi l'accoglie. Gli dà un modo nuovo di essere, il suo stesso, con un nuovo sentire, pensare e agire. Lo genera secondo la sua specie, in un cammino costante che riforma quanto è deformato, conforma a sé quanto è riformato e conferma quanto è conformato. Lo apre a una vita nell'amore: è una risurrezione, una trasfigurazione a immagine e somiglianza del «Figlio», che il Padre ha detto di ascoltare (cf Mc 9,7).

Per questo l'evangelista Marco, che si rivolge al catecumeno, alla fine del Vangelo lo rimanda in Galilea, dove è cominciato il cammino (Mc 16,7). Se accetta l'invito iniziale di seguire Gesù (Mc 1,14-20), che ora appare motivato, si accorge che la sua vita va cambiando. Avviene in lui ciò che è narrato nel racconto: passo dopo passo, esce da una vita morta nell'egoismo e cammina in una vita nuova nell'amore. La trasfigura zio ne, posta al centro del Vangelo (Mc 9,2ss), sostituisce i racconti della risurrezione: chi lo segue è trasformato in lui. Ha veramente incontrato il Risorto: la prova è che lui stesso è risorto, simile a colui che ha imparato ad ascoltare e amare. Chi incontra il fuoco, si infiamma.

Questo cammino, che il Vangelo fa compiere, è comprensibile alla luce di tutta la Bibbia. Essa, pur essendo una biblioteca di racconti diversi, è tuttavia unitaria: contiene la promessa di Dio amore e vita, principio e fine di tutto. È quanto già il primo livello di lettura fa brillare agli occhi del lettore. Il secondo livello lo coinvolge. Il terzo lo avvolge di luce e travolge di libertà, facendogli sperimentare ciò che ha capito.

Allora comincia a vedere: gli si aprono nuovi orizzonti, personali, comunitari e sociali, che danno senso a tutto. Nulla cambia: la realtà è quella che è. Cambia però l'occhio e il cuore; e quindi il modo di vivere. È come svegliarsi dal sonno. Prima fissava le ombre dei propri incubi, proiettati su palpebre chiuse. Ora, venuto alla luce, esce dai deliri della notte: comincia a vedere e vivere ciò che, dal principio, è bello e buono.

«Più il lettore entra nella Bibbia, più percepisce l'ampiezza, la lunghezza, la profondità (cfEf3,18) dello spazio che si apre davanti a lui; al punto da intuire che il "mondo" che sta scoprendo non sarà mai troppo piccolo perché lui o chiunque altro possano collocarvi il proprio e renderlo così abitabile» (Ch. Theobald, Dei verbum: dopo quarant'anni la rivelazione cristiana, «il Regno-attualità» n. 22/2004, p. 784).

 

Cosa avviene leggendo la Bibbia

Esperienza del potere della parola

Quando leggo un testo, accade una realtà mai esistita prima, diversa da qualunque altra che accadrà poi: una realtà inedita, che resterà unica. «Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,18s). Questa cosa nuova, che nasce proprio ora mentre leggi, è la parola interiore del cuore che viene alla luce.

La parola è un seme che «automaticamente» germoglia e produce frutto in chi l'accoglie (cf Mc 4,28). Se è cattiva, sfigura e dà morte; se è buona, trasfigura e dà vita. L'ascolto genera l'uomo a immagine e somiglianza di ciò che ascolta.

L'esperienza che fa il lettore del Vangelo è quella di essere trasformato: il suo cuore si è aperto all'amore, come quello del Figlio che ha ascoltato. Gesù infatti chiama suoi fratelli, sorelle e madre quelli che ascoltano, fanno e osservano la sua Parola (cf Lc 8,21; 11,27s). La Parola ci dona di vivere da figli e da fratelli, perché siamo generati «non da un seme corruttibile, ma immortale, cioè dalla Parola di Dio viva ed eterna» (1Pt 1,23), viva ed efficace (Eb 4,12). Essa, uscita dalla bocca del Signore, compie ciò per cui fu mandata (Is 55,11): opera in quanti l'accolgono (cf 1Ts 2,13), dando loro la possibilità di diventare figli di Dio (Gv 1,12).

Per questo Paolo non si vergogna della Parola: è potenza di Dio che salva tutti (cf Rm 1,16; 10,17-17). Da qui il suo bisogno di proclamarla: «Guai a me se non evangelizzo» (1Cor 9,16).

Differenza tra catechesi narrativa e moral-dottrinale

Normalmente i testi sacri sono in prevalenza normativi e dottrinali: dicono cosa fare e cosa credere. La Bibbia, invece, ha per lo più testi narrativi. I Vangeli, a loro volta, raccontano soprattutto dei fatti. I fatti non sono da fare: sono già fatti. Neppure da credere: sono fatti, non promesse. Sono invece da osservare e contemplare. Il loro racconto ci cambia più di ogni dottrina e norma. La dottrina è da credere, la norma da fare, il racconto da ascoltare. Da quanto esso produce in lui, il lettore sa cosa pensare, cosa fare e come agire. Dottrina e norma vengono solo dall'esperienza di quanto è raccontato.

I testi dottrinali e normativi hanno la loro utilità. Ma, se non scaturiscono da narrazioni di fatti e non si misurano con la narrazione di ciò che producono, sono sterili, anzi nocivi. Pensare la realtà, anche peggiore, porta a un'intelligenza buona e creativa.

Ma realizzare i pensieri, anche migliori, porta all'ideologia, della quale dovremmo conoscere l'ottusità e la violenza.

Anche l'ultimo catechismo che ci sarà dopo il più recente, ai fini di una catechesi cristiana, sta alla Bibbia come una parafrasi alla Divina Commedia, una critica musicale alla Nona di Beethoven, un menu al pasto. Sono utili le parafrasi, le critiche e i menu, ma non sono poesia, musica o cibo.

La catechesi narrativa era ben nota alla prima Chiesa e ai Padri. I loro grandi commenti biblici non sono che catechesi fatte al popolo. Anche il Gesù di Nazaret dell'attuale Papa va felicemente in questa direzione. Non si fa molta strada seguendo norme e dottrine, presentate per lo più in forma di divieti: cosa non fare e cosa non pensare. Non si può esimere il cristiano dal seguire il percorso di Gesù raccontato dai Vangeli. È certamente più bello ed entusiasmante seguire e amare lui che camminare su paletti di norme e divieti.

Questo è il passaggio dalla legge al Vangelo compiuto da Paolo, che, di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, suo Signore, considera come sterco ciò che prima era per lui motivo di vanto (cf Fil 3,1-10). È stato infatti «conquistato da Gesù Cristo» e corre anche lui per conquistarlo (Fil 3,12).

I catechismi non sono ispirati. Sono considerazioni umane su Dio; ma non presentano la realtà di Dio che parla e si comunica, raccontando si nella vicenda comune, sua e dell'uomo. Rispetto alla Bibbia, sono come acqua che all'origine era di sorgente cristallina; ma poi lo scrivente, giustamente e per necessità fisiologica, vi ha mischiato i suoi prodotti, residui più o meno solidi delle sue ultime letture - intelligenti, si spera. Come si sa, le acque di scolo sono utilissime per concimare, ma non per soddisfare la sete. Soprattutto quella del catecumeno.

Dio non si può confondere con idee nostre su di lui: è idolatria. Egli, creatore e principio di tutto, si esprime attraverso la creazione e la storia, suo racconto «oggettivo», e attraverso la risposta che suscita nel cuore dell'uomo, racconto «soggettivo» del nostro rapporto con lui. Essendo inoltre Dio infinito e la nostra conoscenza finita, ciò che di lui sappiamo è inadeguato, anche se vero. Se pretendesse di essere «la» Verità, sarebbe falso. Solo i pazzi scambiano idee per realtà. I teologi sanno che il loro parlare è analogico.

Non possiamo parlare di Dio solo per allegorie, parabole o metafore - per quanto la Bibbia e Gesù le abbiano privilegiate, e saggiamente. Paolo dice che «dalla creazione del mondo, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute» (Rm 1,20; cf Sap 13,1-9). Ma solo per «analogia» (cf Sap 13,5!), senza dimenticare che l'analogo ha dell'equivoco. Quanto vediamo di positivo nelle creature, lo possiamo e dobbiamo affermare anche del Creatore (è la via affirmationis); negandone però la limitatezza (è la via negationis) ed elevandone all'infinito la grandezza (è la via elationis).

Ma cos' è una perfezione senza limiti e di infinita grandezza? Sappiamo che c'è, ma non cos' è: è fuori dalla nostra esperienza. A ragione dice Cusano che Dio è coincidentia oppositorum. La sua realtà, indicata ma non capita dall'intelligenza, è compresa dall'amore. Non a caso il comando è amare Dio. Solo il cuore «capisce», perché accoglie ciò che l'intelletto non può cogliere.

«Le parole sono segni dei concetti e i concetti sono similitudine delle cose», dice Tommaso d'Aquino, facendo eco ad Aristotele (Summa theologica, 1,31,1). Ma della stessa cosa possiamo avere infiniti concetti, e nessuno si identifica con essa. Per le creature, essenza ed essere sono distinti. Fortunatamente l'idea di sasso che mi viene in testa non è un sasso che mi viene in testa.

Il modo migliore per parlare di Dio è quello con il quale si è rivelato: il racconto del suo rapporto con noi e del nostro con lui. Da qui la necessità di prendere la Bibbia come un'unica, grande catechesi narrativa, che viene dalla tradizione viva della comunità che la testimonia. La differenza tra Bibbia e catechismo è la stessa che c'è tra racconto e saggio, poesia e teorema, note musicali e note della spesa.

La catechesi è una terapia del cuore: nella terapia psicologica

non il sapere concettuale aiuta, ma il rivivere l'esperienza mediante il racconto. Il valore specifico della catechesi biblica rispetto ad altre forme di catechesi è quello del racconto che fa rivivere l'esperienza.

r catechismi possono servire per «indottrinare», ma non per istruire e salvare il popolo di Dio. Ciò che salva è Dio stesso, con i «fatti salvifici», rivelati e comunicati dal racconto. Le spiegazioni non sono né salvifiche né di fede. È doveroso eliminare quelle fuorvianti e dare quelle illuminanti. Ma la comprensione del racconto è data soprattutto dalla testimonianza viva della comunità: la catechesi è ricordo/racconto della propria esperienza comunicata all'altro.

Che valore ha un catechismo che non comunica esperienze di vita? Non a caso, finito il catechismo e ricevuta la cresima, c'è il congedo dalla Chiesa. Se poi c'è un ritorno, non è per ciò che si è imparato, ma per la testimonianza della famiglia o di amici. Volenti o nolenti, i catechismi partono da ovvietà religiose, che non sempre hanno a che fare con il Dio crocifisso.

L'epoca dei catechismi è cominciata come reazione alla Riforma, quando una parte della Chiesa ha posto polemicamente l'accento sulla Parola e l'altra sul sacramento. Ma non c'è l'uno senza l'altra. È come volare con un'ala: ci si avvita su di sé e non si decolla. Bisogna tornare alla sorgente. E ritroveremo ciò che ci unisce, al di là di quanto legittimamente ci distingue e facilmente ci divide. r catechismi, con le loro doverose filosofie e legittime teologie, producono divisioni dagli «altri». E, all'interno della comunità, non creano unione, ma omologazione.

r vari catechismi moral-dottrinali differiscono dalla catechesi narrativa quanto un muro a secco, fatto di pietre immaginarie, da un muro di blocchi di granito, ben coesi. Con questo non intendo parlar male della teologia, che è tutt'altra cosa. Essa con un occhio guarda la Bibbia e con l'altro l'uomo concreto che ha davanti: è un' intelligenza attualizzata della rivelazione, perché possa essere vissuta oggi.

Elementi e funzioni della catechesi narrativa dei Vangeli

Per capire meglio la catechesi narrativa, nella sua differenza da quella dottrinale, racconto un fatto. Anni addietro, durante una visita in Giappone, un missionario mi diceva che il cristianesimo, con la sua «dottrina», non può entrare nella cultura giapponese, tanto ricca di termini concreti - le parole sono ideogrammi - quanto povera di concetti astratti. Assistendo alla sua Messa domenicale, mentre predicava al popolo, cercai di fare qualcosa di simile alla sua fatica. Tentai di spiegare il Vangelo nel dialetto bresciano della Valtrompia, che avevo succhiato con il latte materno. Ma non riuscivo, perché quella lingua è adatta per parlare di lavoro, cibo, vino, caccia e donne, con annessi e connessi. Con tali parole un Canossi, poeta di un paese della Valtrompia, notissimo in quel paese, potrebbe comporre una lirica; ma neppure un Emanuele Severino, grande filosofo della valle accanto, potrebbe imbastire un discorso decente, se non ricorrendo a ridicoli imprestiti linguistici. Non riuscendo nel mio intento, aprii il testo greco del Nuovo Testamento, che sempre porto con me. Si trattava del Vangelo di Marco: provai a tradurlo in dialetto, e lo feci con successo. L'autore è un ebreo che scrive in greco a Roma, dove si parla latino, per gente che non è né ebrea, né romana, né greca. E si fa capire mediante un trucco semplice: usa un migliaio di vocaboli comuni, riferiti all'ambiente in cui l'uomo vive (via/barca, casa/tempio, deserto/campo, mare/monte, cielo/terrai acqua/fuoco, luce/tenebra, notte/giorno), alle sue relazioni (uomo/ donna, padre/madre/figlio, fratello/sorella), alle parti del suo corpo (piedi/mani, orecchi/bocca, occhi/cuore), alle azioni e passioni corrispondenti (camminare/toccare, udire/parlare, mangiare/vedere, essere sani/malati, amare/odiare, dormire/svegliarsi, nascere/morire). Inoltre si parla di semi e piante, uccelli e pesci, lievito e pane, asini e cani, e così via. A ogni meridiano e parallelo, allora come adesso, il cielo sta in alto e la terra in basso, l'acqua bagna e il fuoco brucia, la luce illumina e la tenebra è buia. Inoltre in tutte le culture, più o meno bene o male, si distinguono e relazionano uomo/donna, padre/madre/figli, fratelli/sorelle. Infine, per lo più ancora adesso, il piede serve per camminare, la mano per toccare, l'orecchio per ascoltare, la bocca per comunicare e mangiare, l'occhio per vedere. E, anche se con certa fatica, si distingue ancora e ovunque tra nascere e morire, amare e odiare. È vero: l'erbario e il bestiario sono un po' cambiati con le mutazioni genetiche. E anche i cagnolini non stanno sempre sotto la tavola dei padroni. . .

Queste parole, evocative di un immaginario comune a tutti, sono giocate in racconti elementari, che risvegliano sensazioni, colori, sapori e odori originari, come amore e odio, gioia e tristezza, luce e tenebra, cibo e fame, vita e morte. Le nostre azioni poi sono governate da questi sentimenti, colori, sapori e odori contrapposti: amiamo e andiamo verso ciò che desideriamo come luce, gioia, dolcezza e profumo di vita; odiamo e fuggiamo da ciò che temiamo come tenebra, tristezza, amarezza e puzza di morte.

Scrisse un premio Nobel per la poesia: «C'è una sola lingua che risponda alla legge dell'immaginazione umana, ed è la lingua della Scrittura» (C. Milosz, La terra di Ulro, Milano 2000, p. 314). Ciò di cui non abbiamo immaginazione è anche incomprensibile. Questo è il guaio della teologia, quando si disancora dalla Scrittura e dall'esperienza. Osservò giustamente Aristotele: «Nihil est in intellectu quin prius fuerit in sensu» (De Anima, 432a 3-8). Il nostro intelletto, ribadisce Tommaso d'Aquino, non può comprendere «nisi convertendo se ad phantasmata», se non volgendosi alle immagini, da cui ha astratto i suoi concetti universali (Summa theologica, L q. 85. 1 ad 5).

Il Vangelo non è un'antologia di episodi. Questi sono come una scena, che con altre fa una sequenza e, con altre ancora, un film. È la storia del Dio fatto uomo e dell'uomo fatto Dio. Fotogrammi, scene e sequenze sono montati al posto giusto: stanno bene dove si trovano, frutto di quanto precede e seme di quanto segue.

Ogni Vangelo propone un suo cammino articolato, diverso dall'altro, per giungere allo stesso fine: conoscere e amare Gesù, per essere con lui e come lui. Sono quattro vie diverse che portano sulla stessa cima, partendo da lati diversi. Questo permette una visione pluridimensionale della realtà, la cui via d'accesso è diversa secondo la situazione dell'ascoltatore.

Marco si rivolge al pagano, che crede in molti dèi, perché capisca dalla croce chi è veramente Dio. Matteo si rivolge a una comunità cristiana di origine ebraica, perché capisca come il Cristo crocifisso è compimento della promessa d'Israele. Luca si rivolge a una comunità mista di credenti della terza generazione, perché si senta responsabile di aprirsi al mondo intero. Giovanni, aquila che volteggia in alto, presenta la realtà contemplata dal punto d'arrivo: coglie il mistero che già vive il credente in Cristo.

Ogni evangelista presenta il Vangelo intero, ognuno a modo suo, con punti di partenza diversi. Ciò che in uno è implicito, nell'altro è esplicito, e viceversa. Tutti gli evangelisti sanno che si potrebbe scrivere all'infinito sull'argomento, senza poter dire tutto di colui che è tutto. Sono però coscienti di dire quanto basta alloro scopo.

Il fine dei Vangeli è che ogni lettore sia in grado di scrivere quel quinto Vangelo, ancora non scritto, che è la sua vita concreta, trasfigurata in quella del Figlio che ama il Padre e i fratelli. Infatti chi lo ascolta diventa lui stesso vangelo vivo (cf 2Cor 3;2s). L'intento di ogni scritto del Nuovo Testamento è che colui, di cui si scrive, sia tutto in tutti (1Cor 15,28).

Vangelo come «logoterapia»: racconto che mi ri-racconta

Ciò che leggo, mi legge dandomi una nuova interpretazione di me. Mentre mi applico al testo, vedo che il testo si applica a me. Pabula de me narratur! Il racconto mi ri-racconta sempre di nuovo in modo più bello e più libero. Mi accorgo che dentro di me, sotto cumuli di paure e strati di menzogne, c'è il volto di Dio: è la mia verità di figlio suo.

La Parola è come il sole. Dissolvendo menzogne e paure, mi fa vedere la mia verità. Mi riconosco, entrando in risonanza con la Parola: è la stessa nota che fa vibrare le corde della mia identità nascosta. Il Vangelo, lentamente, me la restituisce alla luce del suo splendore. La mia vita poi altro non è che esecuzione dell'interpretazione che do di me stesso.

In questo senso il Vangelo è una logoterapia, nell'accezione precisa del termine. È un antivirus, che mi riconsegna, nella sua integrità, il significato delle parole fondamentali - verità, vita, amore, libertà - che la menzogna aveva stravolto in schiavitù, egoismo e morte.

Lettura e fede

Fiducia: «come-se»

Chi evangelizza non suppone la fede. Il Vangelo di Marco, adatto alla prima catechesi (è il Vangelo del catecumeno), si rivolge a quanti provano curiosità alla proposta. Anche gli altri Vangeli, rivolti a credenti, intendono smascherare le false credenze. Gli «scribi e farisei ipocriti», di cui parlano, sono i battezzati stessi, chiamati ad ascoltare le parole che Gesù diceva ai suoi ascoltatori per chiamarli a conversione.

La lettura del Vangelo suppone quella fiducia che naturalmente, anzi necessariamente, accordo a chi mi presenta una proposta significativa, in cui la posta in gioco è il senso della vita. Fiducia che presto solo a un'ipotesi verosimile e accreditata, che poi, a scanso di errori, sottopongo con cura a verifica. Ma, per verificarla, devo prenderla come se fosse vera. Se, assetato e affamato, trovo l'indicazione che a 500 metri c'è un rifugio, prendo l'indicazione per buona. Se per principio la ritengo falsa, non la seguo e mi precludo la possibilità di bere e mangiare.

In questo caso, andare a vedere è una «costrizione che ci afferra per le viscere» (C. Milosz, La terra di Ulro, Milano 2000, p. 313). Non è la pura «scommessa» di pascaliana memoria, in cui, per mal che vada, non perdo niente; è una scommessa in cui posso sbancare il monte premi di ogni desiderio. La convenienza nel bene è ciò che muove l'intelligenza. Per niente non scodinzola neanche il cane.
Questo come-se è un atto di fiducia che accordo a chi mi vuol far-credere qualcosa. Il far-credere non vale solo per la fiction della rappresentazione artistica. Vedi a proposito il Make-Believe analizzato da Kendall L. Walton (Mimesis as Make-Believe: On the Foundations of the Representational Arts, Cambridge, Massachussets 1990) e l'ottima valutazione di I. Alberini (Kendall Walton: mimesi e finzione, tesi di laurea, Università degli Studi di Parma, 2007). Il Make-Believe (= far-credere) sta a fondamento di ogni comunicazione. Chi parla, scrive e produce suoni o immagini, comunica all'altro qualcosa; e consegue l'intento se la sua «rappresentazione» riesce a far-credere all'altro che si tratta di una cosa buona e bella per lui. Il come-se è figlio del far-credere. Ogni rappresentazione raggiunge il suo obiettivo quando il far-credere di chi trasmette genera il come-se in chi riceve. Altrimenti non c'è comunicazione, fondamento di ogni cultura, che è consegna e capitalizzazione di sapere-potere.

La rappresentazione sta sulla soglia tra immaginario e reale: è un' immagine che, indicando una realtà, dà la possibilità di (ri) produrla. Da sempre l'uomo ha la capacità di rappresentarsi qualunque cosa, anche inesistente. Ora, in linea di principio, ha pure la capacità di realizzare qualunque rappresentazione. La, distanza tra fiction e realtà ai nostri giorni tende a scomparire. Siamo al compimento del mondo come rappresentazione: la tecnologia può creare qualunque immagine, anche di ciò che non c'è o pare(va) impossibile; e presto o tardi, può tradurla in realtà (cf S. Fausti, Elogio del nostro tempo, Milano 2006, pp. 23-54).

Il come-se, che ora può espandersi senza limiti, inaugura l'epoca del compimento della libertà. Problema da risolvere è sapere se chi mi vuol far-credere è testimone o imbroglione - se vuol comunicarmi ciò che ha, oppure togliermi ciò che ho. Inoltre, potendo ormai realizzare tutto e il contrario di tutto, prima di agire devo discernere dove mi porta e cosa produce ciò che mi viene (rap) presentato. Il discernimento è ormai questione di vita o di morte, sia per l'uomo che per il suo ambiente.

Verifica della fiducia

Come in qualunque arte o scienza, ascoltando quanto la Parola dice, faccio come-se fosse per me. E osservo gli effetti che produce in me e attraverso di me. Dagli effetti, desiderati o meno, posso verificare se la fiducia è ben riposta o meno.

Nei Vangeli il contenuto della fiducia (fides quae creditur) è l'esperienza dell'incontro con Gesù che hanno fatto i diversi personaggi, in particolare i discepoli. Questi sono i primi spettatori di quanto Gesù ha fatto ai miracolati. Ciò che hanno visto succedere ad altri, ha aperto il loro cuore alla fiducia, come-se fosse un dono possibile anche per loro. Fatta positivamente questa esperienza, l'hanno trasmessa a noi con la loro testimonianza, perché anche noi possiamo fare la medesima esperienza e, a nostra volta, testimoniarla.

L'atto di fiducia (fides qua creditur) è il mio «sì», di cui Maria di Nazaret è il prototipo (Lc 1,26-38.45). Esso comincia con il mio libero assenso a fare come-se quanto ascolto fosse un dono per me; e si compie nell'esperienza che ne conferma la fondatezza. Esempio di questa fede sono gli abitanti di Sichem, che hanno accordato fiducia alla samaritana e alla sua proposta di andare da Gesù. Per questo possono dirle: «Non crediamo più per la tua parola, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che costui è veramente il Salvatore del mondo» (Gv 4,42).

L'uomo vive di fede

Noi viviamo di fede. Crediamo che il cielo non ci cada dall'alto e la terra non ci inghiotti dal basso, che l'aria sia respirabile e il cibo non avvelenato, che i genitori non ci odino e gli insegnanti non ci fuorviino, che i negozianti ci imbroglino poco e i politici non troppo, che i libri siano utili e le persone sincere. Abbiamo fiducia nella vita in genere. Altrimenti è impossibile vivere. Facciamo come-se la vita fosse bella. E allora può diventare bella.

Il Vangelo ci libera dalla paura e ci apre ai desideri. Ciascuno di noi, alla fine, vive ciò a cui presta fede. A noi decidere se dare credito al male che temiamo o al bene che amiamo. Se crediamo alle paure, ci chiudiamo in noi stessi e diventiamo tristi, inquieti, insofferenti, malevoli, fragili, duri e agitati come canne al vento: realizziamo il male che temiamo. Se crediamo ai desideri dello Spirito, ne sperimentiamo il frutto, che è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, mitezza, dominio di sé (Gal 5,22): diamo corpo al bene che amiamo.

Il fare come-se una proposta fosse per me, governa, in bene o in male, ogni mia azione e relazione, dalla più banale alla più sublime, dalla più pratica alla più teorica, dalle imprese sportive a quelle scientifiche, dai miei rapporti con gli altri a quello con l'Altro.

Qualsiasi ipotesi io ritenga falsa o impossibile, non la realizzerò mai. Posso realizzare solo ciò che penso sia vero e possibile per me; altrimenti non lo faccio. Spontaneamente accordo fiducia nei vari ambiti della vita. Mi risulta difficile invece accordare fiducia quando è in gioco la vita: avverto resistenze a buttarmi. Ma, alla fine, più che la schiavitù della paura, può il desiderio di libertà.

Quale vertigine avrà provato Abramo davanti alla promessa di un Dio ignoto che vuole allearsi con lui (Gen 12,1-9)? E Giacobbe nella sua lotta con lui, mentre varca il confine della terra dei suoi padri (cf Gen 32,23ss)? E Mosé davanti al mistero del Nome da cui è ogni altro nome (Es 3,1ss)? O Elia, pieno di delusione, davanti alla Presenza che gli fa continuare la sua missione (IRe 19,1-18)?

L'uomo è troppo grande per bastare a se stesso: «L'homme passe infiniment l'homme » (B. Pascal, Pensées, 434). La vertigine del desiderio prevale sulla paura. Non può non buttarsi: sua natura è essere come Dio. Diventa ciò che è, solo se realizza il suo desiderio originario (Gen 3,5). Il male non consiste nel diventare come Dio in tale caso Dio sarebbe il male! Il male viene dalla falsa immagine che di lui abbiamo.

Per questo l'ateismo è correttivo alle religioni: nega le loro immagini di Dio. In questo è parente della Bibbia, il cui primo comando è non farsi immagine alcuna né di Dio, né dell'uomo, né di altra natura. E soprattutto è parente del Vangelo, secondo il quale Dio è un uomo che muore condannato come bestemmiatore dai religiosi e ucciso dai potenti sul patibolo dello schiavo ribelle. Solo perché è amore che supera ogni legge, libertà che toglie ogni schiavitù.

Legittimità della lettura cristiana

La Bibbia come promessa di vita

La Bibbia è memoria di un passato che, informando il presente, offre un futuro. Solo in seconda battuta contiene indicazioni per vivere la fecondità di vita di cui il racconto è promessa.

Gli autori della Bibbia non sono storici o giuristi: non intendono appurare eventi di tempi remoti, né stabilire norme immutabili per il futuro. I loro testi non sono una finestra sul cortile del passato; e neppure una raccolta di regole, più o meno eterne, cui conformare la vita. Sono una finestra sul cortile del presente, per vedere come stiamo vivendo oggi. Le loro parole aprono una breccia: squarciano il muro dell'oblio. E il lettore, come già detto, s'accorge di essere letto da ciò che legge.

Gli autori biblici sono dei poeti/profeti. Per aprire il cuore alla speranza, fanno vedere il presente alla luce del desiderio acceso da promesse antiche. Più la situazione è drammatica - come durante l'esilio - più si riaccende la promessa, con gloriose interpretazioni del passato e seducenti visioni del futuro. Fino a promettere una creazione nuova e un nuovo esodo (cf Is 43,18s), un'alleanza nuova scritta non su tavole di pietra, ma su cuori di carne (Ger 31,31-33; cf 2Cor 3,3). Allora tutti saremo «teodidatti», istruiti da Dio (ls 54,13; cf Gv 6,45) e profeti (Gl 3,1-5), con un cuore nuovo e uno spirito nuovo, con lo stesso modo di pensare e di vivere del Signore (Ez 36,26ss). Allora tutti, dal più piccolo al più grande, conosceremo il Signore: sperimenteremo nel perdono che lui è amore gratuito e senza limiti (cf Ger 31,34). Egli scoperchierà i nostri sepolcri e ci farà uscire. Allora noi riconosceremo il Signore della vita (cf Ez 37,13).

La Bibbia è un libro vivo, a scrittura aperta, dove ognuno innesta nel passato il proprio presente. Ruscello sgorgato da piccola sorgente, nel suo corso accoglie tutti gli affluenti. E diventa un grande fiume, che raggiunge e feconda ogni terra e ogni uomo, che di terra è fatto. È una promessa di speranza, nella quale ognuno può confluire con la propria storia.

Il Nuovo Testamento, compimento «oggi» di questa promessa

Gesù ha scritto solo ciò che si può scrivere con un dito sulla pietra del cortile del tempio (Gv 8,8). Però sa leggere bene la speranza di cui la Bibbia è portatrice: anzi la vive e compie oggi (cf Lc 4,21). È infatti la Parola stessa, ascoltata e diventata carne (Gv 1,14), carne diventata Parola.

La sua parola non è come quella degli scribi, che la studiano e spiegano (Mc 1,22). Ha «potere»: fa ciò che dice, perché dice ciò che fa, anzi ciò che è. Gesù si rivolge al suo interlocutore perché, come lui, ascolti «oggi» la Parola. Il tempo infatti è compiuto: è giunto il momento propizio, perché il Regno di Dio è qui. Basta che ci volgiamo a lui e lo seguiamo (cf Mc 1,15ss). Il Vangelo, la buona notizia, è lui stesso. Ciò che si racconta di lui, è lui stesso che si racconta a noi: lui è insieme l'annunciato e l'annunciatore, presente nell'annuncio stesso (cf Mc 1,14 con Mc 1,1).

Quando ascoltiamo il Vangelo che parla di lui, ascoltiamo lui che parla di sé a noi: l'annunciato è presente nell'annuncio come il parlante nella sua parola. La parola infatti è autodonazione, comunicazione e comunione tra chi parla e chi ascolta. Come già abbiamo citato: «Il Verbo è comunicante ed è tanto comunicante che non ha nulla che non comunichi comunicando se stesso» (M.M. de' Pazzi, Tutte le opere, Firenze 1960-1966, vol. IV, p. 108)

Novità di Gesù

Gli scritti del Nuovo Testamento sono in continuità con l'Antico Testamento. Quest'ultimo è visto come promessa di un futuro, che è già venuto alla luce in Gesù. Dopo di lui Dio non ha più nulla da dire e da dare: ha detto e dato tutto. E nulla di più può promettere: si è compromesso del tutto, dando se stesso nel Figlio. Con ciò non è che finisca la storia o si chiuda la promessa: la promessa sboccia nella realizzazione, aprendo la storia a un orizzonte di libertà e amore, che «non avrà mai fine» (1Cor 13,8).

Il Nuovo Testamento è di carattere escatologico: annuncia il compimento della promessa nel dono del Figlio. Non si tratta di attendere un futuro. C'è da accogliere il presente: il Regno è il Figlio, che si offre a ogni fratello.

Qui e ora siamo chiamati alla decisione di vivere ciò che Gesù vive e dona a noi. Non occorre però spingere nessuno a questa decisione. Molti purtroppo fanno così. Ma questo non è evangelizzare, bensì plagiare. L'uomo è fatto per la libertà, che si attua nell'amore della verità e nella verità dell'amore. Non bisogna usare pressioni. Queste, invece di favorire, tolgono la libertà, presupposto di ogni atto umano. Il frutto acerbo lega i denti; l'erba, a tirarla, non cresce, ma si strappa!

La Parola stessa, illuminando l'intelligenza e riscaldando il cuore, dissolve ignoranze e scioglie schiavitù: ci fa liberi, capaci di accogliere l'invito del Signore ad andare dietro di lui. Se liberamente lo seguiamo, nel cammino sperimentiamo in prima persona quanto si racconta dei personaggi che lo hanno incontrato. Non a caso il primo incontro è un esorcismo operato di sabato, nella sinagoga, in un tempo e in un luogo sacro (Mc 1,21-28): la radice del male è la falsa immagine di Dio, che viviamo in ogni tempo e luogo. Il Vangelo non è che la «sdemonizzazione» di Dio e dell'uomo, sua immagine. Il suo annuncio fa cadere Satana dal cielo come folgore (Lc 10,18) e inaugura sulla terra il sabato di Dio.

La parola di Gesù nella sinagoga fa esplodere il male. È un anticipo di ciò che farà la «Parola della croce»: distruggerà il santuario, simbolo di Dio. Nella sua morte infatti si squarcia il «velo del santuario» (Mc 15,38; cf Mt 27,51, Lc 23,45): smentita ogni immagine di Dio, sua dimora definitiva è un corpo d'uomo. Dio è diverso da come l'abbiamo pensato. Il nostro modo di concepirlo è blasfemo. Lo vediamo sulla croce: Dio è colui che abbiamo condannato per bestemmia (Mc 15,39; Mt 27,54).

Con Gesù inizia il Regno di Dio: Gesù è il Figlio perché ascolta e fa «oggi» la Parola del Padre. Fa il contrario di ogni figlio d'Adamo, che segue il padre della menzogna (Gv 8,43-47). La sua parola è luce che squarcia le tenebre: apre gli occhi sulla verità e chiama a libertà, qui e ora. Ignoranza e schiavitù dominano indisturbate, finché verità e libertà stanno «altrove e dopo», fuori da questo luogo e da questo tempo. L'esorcismo presenta il dramma, a lieto fine, dell'uomo che si decide «qui e ora» per la Parola, facendo «come-se» fosse per lui, in modo che si realizzi in lui.

Vangelo e Spirito del Figlio

Ciò che Gesù annuncia è già all'opera in lui. Anzi, è lui stesso. Il Vangelo ce lo racconta in ciò che fa. E sarà all'opera anche in chiunque, ascoltandolo, in forza del suo Spirito, ne continuerà la testimonianza. E, dove c'è lo Spirito, c'è la libertà (2Cor 3,17): la libertà dei figli che hanno un rapporto di amore con Dio come Padre (cf Gal 4,4-7; Rm 8,14-17) e con gli uomini come fratelli (1Gv 4,20s).

I testi del Nuovo Testamento interpellano il lettore come Gesù ha interpellato i suoi contemporanei. Come ogni scritto, suppongono l'ascoltatore/lettore. Ciò che è raccontato avviene anche in chi legge, se accoglie la Parola e ciò che essa opera in lui. La Parola infatti, depositata nel cuore di chi legge, è seme deposto nella terra: nonostante le difficoltà, risulta fecondo al di là di ogni attesa (Mc 4,3-9). La Parola creatrice, diventata carne in Gesù, è tornata Parola nel racconto del Vangelo, per raggiungere ogni orecchio, entrare in ogni cuore e farsi carne in ogni carne. Come in Maria, madre e modello del credente (cfLc 1,38.45; 2,19.51; 8,20s; 11,27s).

La Scrittura non è più lettera che uccide: non propone il bene da fare, per accusarci perché incapaci di farlo. È invece Spirito, che dà vita (2Cor 3,1-6). La sua lettura diventa il banchetto della Sapienza: ci toglie il velo di morte (cf Is 25,6ss) e ci ridà il nostro volto, in modo che «noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore» (2Cor 3,18).

Nel giorno di Pentecoste Pietro dice che la gioia sua e dei compagni non è ubriachezza, ma realizzazione di promesse antiche. Sono i giorni ultimi, quando lo Spirito sarà effuso su ogni carne: figli e figlie profeteranno, giovani avranno visioni, anziani faranno sogni, così pure servi e serve (cf At 2,17s; Gl 3,1-5). Tutti saranno pervasi dallo Spirito di Dio, che è l'amore tra Padre e Figlio comunicato dal Figlio ad ogni fratello. Non a caso la prima comunità di Gerusalemme è descritta come il popolo che vince le tentazioni della terra promessa (cf Dt 8). Infatti, grazie all'ascolto del Figlio, vivono da fratelli (At 2,42-48; 4,32-35; 5,12-16; cf Lc 4,16-21): adempiono le condizioni per «abitare la terra», dono del Padre ai figli (cf Is 61,1-2; Lv 25,1ss).

Per quanti l'ascoltano, la Scrittura è Parola di vita. Ogni lettore, insieme a chi fu prima di lui, a chi è con lui e a chi sarà dopo di lui, sperimenta la trasformazione del cuore che essa produce. Non si tratta di magia. È semplicemente ciò che opera ogni parola, sia falsa che vera. Ambedue seducono l'ascoltatore: lo deviano, ma in modo diverso e su vie opposte. La seduzione della menzogna inganna, divide, schiavizza e conduce a morte; la seduzione della verità disincanta, svela, unisce, libera e conduce a vita. Paolo ringrazia senza posa Dio perché i Tessalonicesi hanno ascoltato la sua come parola di Dio, che agisce in coloro che l'accolgono con fede (1Ts 2,13).

Lettura e ri-creazione

Come già detto, una prima lettura della Bibbia, di tipo culturale, invoglia a identificarsi con quanto è scritto. Questo avviene con ogni libro. In particolare con i «classici», che sono tali perché molte persone, anzi culture intere, ritrovano rispecchiato in essi il proprio volto. La sorpresa di un libro è quanto sa suscitare in noi. Per questo passiamo dal primo livello di lettura ai successivi, che il testo dischiude.

La Bibbia, risvegliando la nostra sete di verità e amore, giustizia e libertà, ci fa il racconto «più bello» possibile di noi stessi: ci schiude a desideri sempre maggiori, aprendoci all'infinto, fino a farci desiderio d'Infinito. Sotto la patina di menzogna ed egoismo, di ingiustizia e schiavitù, ci fa scoprire un nuovo racconto di noi stessi. È una parola che ci ricrea nuovi, nella nostra autenticità: ci dà respiro, ci allarga il cuore e illumina gli occhi.

La Parola, letta e ascoltata, si sedimenta nella memoria e lavora per conto suo, «automaticamente» (cf Mc 4,28). Cresce, si collega e confronta con altre memorie, sconfiggendo paure e resistenze. È un seme che germoglia, fiorisce e fruttifica. E il germoglio, il fiore e il frutto siamo noi stessi, della medesima natura del seme, partecipi della natura divina (2Pt 1,4).

Leggendo la Bibbia nella sua interezza e accettando liberamente ciò che produce in noi, vediamo che sono progressivamente salvati tutti i file, anche i più perduti, di ciò che è scritto nella nostra vicenda umana: è salvezza dell'umanità dell'uomo.

La Parola, recuperando ciò che il virus della menzogna aveva cancellato o confuso, ripesca nella nostra memoria di fondo, indelebile al di là di ogni vicissitudine, quanto è buono, bello e desiderabile, secondo il sogno antico (cf Gen 3,6). Aprendoci gli occhi a una bontà, bellezza e desiderio senza fine, ci dà la libertà di diventare ciò che siamo: figli amati da Dio e fratelli di tutti. Ci fa accettare di essere degni di un amore infinito e chiamati ad amare senza fine. Diversamente la vita è inutile, infelice!

La lettura di ciò che è buono, bello e desiderabile è sempre ricreatrice e liberante: ci restituisce ciò che la menzogna aveva velato, oscurato, quasi soppresso.

 

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